Come investono Fondi Sovrani e Banche Centrali

Invesco pubblica la sesta edizione del Global Sovereign Asset Management Study, il report annuale sul comportamento degli investitori sovrani

di Mirco Galbusera, pubblicato il
Invesco pubblica la sesta edizione del Global Sovereign Asset Management Study, il report annuale sul comportamento degli investitori sovrani

Invesco ha oggi pubblicato il suo sesto Invesco Global Sovereign Asset Management Study*, un approfondito report annuale sul complesso comportamento d’investimento di fondi sovrani e banche centrali. L’evidenza principale è relativa a come le azioni abbiano superato le obbligazioni, diventano la principale asset class sul fronte delle strategie attive, passive e fattoriali.

Lo studio di quest’anno è consistito in interviste dirette condotte tra 126 singoli investitori sovrani e responsabili di banche centrali di tutto il mondo (62 banche centrali rispetto alle 35 del 2017), rappresentativi di asset per 17 trilioni di dollari USA e riflette il crescente ruolo degli investitori sovrani. Secondo lo studio, l’allocazione media alle azioni è salita al 33% dal 29% del 2017 (Figura 1). L’incremento delle allocazioni azionarie è riconducibile a svariati fattori, tra i quali la fase rialzista dei mercati azionari. Gli intervistati hanno risposto che il rendimento dei mercati azionari in cui hanno investito è stato pari all’8,7%, supportando in misura significativa risultati robusti a livello di portafoglio (9,4% nel 2017, in rialzo dal 4,1% del 2016).

 

Future allocazioni azionarie

Sulla scia dell’aumento delle allocazioni azionarie negli ultimi cinque anni, quasi la metà degli investitori sovrani ora sovrappesa in misura incrementale o sostanziale le azioni. Sebbene numerosi investitori sovrani intendano mantenere il sovrappeso, alcuni non sono soddisfatti dello status quo. Oltre un terzo (35%) prevede di ridurre i sovrappesi azionari nel medio termine (Figura 2), nell’ottica complessiva di apportare riduzioni modeste anziché tagli significativi. Molti di coloro che intendono ridurre le posizioni sono spinti dalla convinzione che le valutazioni azionarie siano elevate, sia in termini assoluti che relativi e che i mercati siano a rischio di correzioni per questioni geopolitiche o legate ai cicli economici. Tra i fattori specifici che incidono negativamente sui mercati azionari vi sono preoccupazioni macro, come la possibilità di una guerra commerciale, Cina, valutazioni e inflazione (Figura 3).

 

Evoluzione dei portafogli azionari

Dallo studio di quest’anno è emerso che, parallelamente all’aumento delle allocazioni azionarie, si registrano evoluzioni rilevanti degli approcci. La gestione passiva e, in qualche misura, l’investimento fattoriale hanno assunto un ruolo crescente nei portafogli. Negli ultimi tre anni, poco meno della metà (45%) degli investitori sovrani è passata dalle strategie attive all’investimento fattoriale e passivo (Figura 4), al punto che ora meno della metà dei portafogli azionari è a gestione attiva (Figura 5). Ciò è stato osservato in misura più elevata tra gli investitori sovrani occidentali, mentre quelli in Medio Oriente sono ancora gli utenti maggiormente orientati alla gestione attiva, con una media del 65% di portafogli gestiti attivamente.

 

Nell’ambito dei portafogli azionari, l’investimento fattoriale sta acquisendo un ruolo di spicco e tale evoluzione sembra destinata a rimanere anche nell’immediato futuro. Nei tre anni precedenti, oltre la metà (53%) degli investitori sovrani ha incrementato le allocazioni alle strategie fattoriali e il 56% prevede di continuare questo trend nei prossimi tre anni. L’investimento fattoriale sta prendendo piede anche nella regione Asia-Pacifico: il 6% dei portafogli azionari adotta infatti questa strategia, sebbene l’adozione complessiva sia finora inferiore rispetto a quella in Occidente e Medio Oriente (Figura 6), dove le strategie fattoriali sono rispettivamente usate dal 14% e 10% dei portafogli azionari. Benché la gestione passiva continui a essere utilizzata, oltre un terzo degli investitori sovrani intende ridurre le allocazioni passive a favore dell’investimento fattoriale o di approcci alla gestione attiva mirati.

 

Alex Millar, Head of EMEA Sovereigns, Middle East and Africa Institutional Sales di Invesco, ha affermato: “Sebbene gli investitori sovrani siano impegnati in misura crescente sul fronte delle azioni, come growth asset primario, all’interno di questi portafogli azionari si è registrato un autentico cambiamento, di cui hanno principalmente beneficiato le strategie passive. Sebbene le strategie passive siano state i maggiori beneficiari, lo spostamento non è stato proporzionale e netto, bensì sfumato. In prospettiva, le strategie fattoriali dovrebbero beneficiarne maggiormente. Gli investitori sovrani considerano infatti tali strategie come un terzo pilastro tra la tradizionale gestione attiva e passiva “.

 

Pagamento di un prezzo adeguato

Lo studio ha evidenziato livelli di commissioni diverse tra gli investitori sovrani. Di norma, il range è 25-45 pb, ma gli intervistati hanno citato TER (Total Expense Ratio) equivalenti compresi in una fascia da circa 5 pb a oltre 100 pb. Nel complesso, negli ultimi 12 mesi gli investitori sovrani hanno cercato di ridurre il livello dei coefficienti con l’obiettivo principale di migliorare i rendimenti netti.

 

“Alla luce di un contesto di rendimento più difficile del previsto, gli investitori sovrani pretendono di più dai propri gestori patrimoniali. Ciò è particolarmente frequente nelle asset class dei public market. Tuttavia, nella fascia più specialistica dei mercati pubblici e nei mercati degli asset privati, la convinzione nella gestione attiva e la persistenza di performance superiori nel tempo sono molto più diffuse”, ha affermato Alex Millar. “Tra gli investitori sovrani osserviamo inoltre una forte accettazione delle commissioni di performance. La posizione più diffusa, in termini di commissioni eque, è che ai gestori patrimoniali debba essere corrisposto – a titolo di commissioni di performance e di base totali – intorno al 25-30% dell’alfa generato.”

 

L’ascesa degli strumenti alternativi

Sebbene le azioni rimangano il fulcro dei portafogli degli investitori sovrani, negli ultimi cinque anni l’allocazione media agli strumenti alternativi è raddoppiata, raggiungendo nel 2017 il massimo storico del 20%. Inserendo tali strumenti nei propri portafogli, gli investitori sovrani conseguono infatti in misura crescente una serie più ampia di benefici. Immobili e private equity rimangono le asset class più popolari, ma le infrastrutture hanno di recente acquisito importanza, soprattutto tra i maggiori investitori sovrani.

 

Alex Millar ha osservato: “Gli investitori sovrani privilegiano i mercati privati grazie alla natura illiquida e di lungo termine di molte asset class che li caratterizzano. Tuttavia, l’investimento nei mercati privati ha tradizionalmente rappresentato un problema per gli investitori sovrani, molti dei quali continuano quindi a sottopesarlo. Si osservano buone opportunità sui versanti di infrastrutture e credito privato, ma gli intervistati rilevano minori opportunità interessanti nell’area del private equity a causa della maggiore concorrenza a livello di asset e dell’incremento dei prezzi. Oltre tre quinti (61%) degli intervistati ha espresso il timore che le valutazioni nell’area del private equity stiano diventando eccessive.”

 

Spostamento dell’attenzione su nuove regioni

Nonostante queste preoccupazioni, la maggior parte degli investitori sovrani continuerà a effettuare allocazioni ai mercati privati, concentrandosi sulle opportunità in nuove regioni, anziché mantenere la tradizionale propensione per i mercati interni. Misure di ampia portata, come la One Belt One Road (OBOR) cinese, hanno contribuito a fare dell’Asia-Pacifico la regione più interessante per le infrastrutture: il 64% degli investitori sovrani ritiene infatti che questa regione offra opportunità. (Figura x). Benché le infrastrutture in Nord America appaiano interessanti solo al 41% degli investitori sovrani, esiste la possibilità di una loro ripresa, qualora l’amministrazione Trump attui il suo discusso piano di infrastrutture.

 

Il Nord America e la regione EMEA (Europa, Medio Oriente e Africa) sono decisamente preferiti sul fronte del credito privato, in quanto l’83% degli investitori sovrani considera queste regioni attraenti. I mercati EMEA non primari sono particolarmente allettanti per gli investitori nordamericani, desiderosi di diversificare investendo al di fuori degli asset dei mercati interni. Nei mercati emergenti, l’allentamento dei controlli dei capitali e il miglioramento delle condizioni di stabilità economica e politica stanno creando maggiori opportunità, in particolare a livello di private equity e infrastrutture.

 

Alex Millar ha concluso: “Il nostro studio ha ancora una volta evidenziato la diversificazione delle strategie d’investimento degli investitori sovrani e la crescente disponibilità a pensare globalmente in termini di individuazione degli asset adatti ai loro portafogli. Lo scorso anno, gli investitori sovrani hanno registrato risultati particolarmente robusti e la loro crescente sofisticazione è destinata a determinare un’ulteriore evoluzione nell’arco dei prossimi 12 mesi.”

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Argomenti: Macroeconomia