Come il BTp Italia ha tradito le ragioni per cui era nato

Il BTp Italia si definisce ancora il bond "retail" del Tesoro dedicato alle famiglie. Ma è davvero così o dalla sua prima emissione del 2012 le cose sono cambiate?

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Il BTp Italia si definisce ancora il bond

Il BTp Italia appena emesso dal Tesoro e con scadenza 28 ottobre 2027 ha riscosso un buon successo di ordini, pur non spettacolare. In tutto, assegnati 6,75 miliardi di euro, di cui ben il 55,7% o 3,67 miliardi agli investitori istituzionali. Di questi, il 76% sono risultati italiani e per oltre la metà (54,5%) banche per il 23% asset manager.

E se non fosse che il Tesoro, contrariamente alla tecnica “a rubinetto” utilizzata con le famiglie, non imponesse un tetto alle richieste degli istituzionali da soddisfare, la percentuale di questi ultimi sul totale sarebbe ancora maggiore. In effetti, se guardiamo alle 15 emissioni dal marzo 2012 a oggi, notiamo che in 7 casi si è registrata una predominanza di ordini assegnati agli investitori istituzionali, di cui per 5 volte con percentuali superiori al 55%.

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Ma il BTp Italia non era nato per soddisfare le esigenze dei risparmiatori? Pensato per offrire un prodotto semplice, conveniente e premiante per chi lo detiene fino alla scadenza, esso prevede l’assenza di commissioni bancarie per l’acquisto in fase di emissione, una cedola minima reale garantita contro l’inflazione e un premio dello 0,4% rispetto al capitale investito per chi lo acquisti all’emissione e lo tenga in portafoglio fino alla fine.

Eppure, le famiglie tendono a incidere in proporzioni minoritarie sugli ordini complessivi, come se questo prodotto allettasse perlopiù le banche, i fondi, le assicurazioni, insomma quel mondo finanziario che di certo non ha problemi di sorta a tutelarsi contro l’inflazione, gestendo gli investimenti sui comparti azionari e all’estero, riuscendo così a creare comunque valore.

Da bond retail a prodotto per finanzieri

Strano a dirsi, sembra che le famiglie siano le meno preoccupate dalla perdita di potere di acquisto, rassicurate dalla bassa crescita dei prezzi di questi anni. Non dovrebbero dormire sugli allori. Anzitutto, perché rischiano di svegliarsi bruscamente nel caso di improvvisa accelerazione del tasso d’inflazione. Secondariamente, per quanto bassa, la crescita dei prezzi esiste ed erode i risparmi, che a differenza dei capitali degli istituzionali non trovano impieghi alternativi pratici immediatamente disponibili per conservare il potere di acquisto.

Il fatto è che le famiglie non troverebbero conveniente immobilizzare la liquidità per rendimenti comunque bassi, i quali in valore assoluto su piccole somme si tradurrebbero in pochi euro. Gli istituzionali hanno, invece, l’esigenza di non “bruciare” i capitali dei clienti, di battere la concorrenza, di mostrarsi sempre reattivi per non soccombere e per loro anche lo 0,1% di rendimento è meglio di zero. L’inflazione sarà infima, ma se trovi un prodotto che ti garantisce un tasso di diversi decimali superiore ad essa, perché non approfittarne, puntandovi una parte della liquidità disponibile? Viste così le cose, il Tesoro è finito per creare un titolo di stato sempre più appetibile per la finanza e poco per le famiglie. Continuarlo a chiamare bond retail inizia ad apparire una forzatura.

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