Come i rendimenti negativi sostengono l’oro a 2.000 dollari

Rendimenti obbligazionari sempre più "glaciali" fuori dall'Eurozona e quotazioni dell'oro ai nuovi massimi storici, poco sotto i 2.000 dollari. Ecco perché.

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Rendimenti obbligazionari sempre più

Le quotazioni dell’oro hanno sfiorato i 1.985 dollari l’oncia nelle scorse ore e puntano ormai senza sosta al nuovo record dei 2.000 dollari. Il rialzo di quest’anno supera il 30%, mentre i rendimenti obbligazionari stanno collassando un po’ ovunque nel mondo, ad eccezione di pochi mercati emergenti. Il Treasury a 10 anni è sceso oggi ai minimi storici dello 0,52%, mentre il decennale tedesco continua a sostare a livelli ultra-negativi, oggi al -0,53%. I due fenomeni sono tra loro correlati per diverse ragioni. La prima è che l’oro rappresenta un’alternativa di investimento ai bond e ne subisce la competizione per via delle cedole che questi offrono al mercato. Al contrario, il metallo è un asset senza flussi di reddito. Chi lo acquista deve accontentarsi di non incassare un solo quattrino fino all’atto del disinvestimento, dovendo semmai confidare nella capacità di rivendere a quotazioni più alte (e cambio favorevole).

I rendimenti in picchiata stanno facendo diventare l’oro molto più appetibile rispetto a pochi mesi fa, visto che per circa 16.000 miliardi di dollari di obbligazioni nel mondo – poco meno del record dei 17.000 miliardi toccato nell’estate scorsa – risultano ormai negativi. Questo significa che le cedole non rappresentano più un flusso reale di reddito per l’investitore, essendo più che compensato dagli altissimi prezzi sopra la pari, che alla scadenza infliggono perdite certe e ormai difficilmente evitabili anche disinvestendo anticipatamente, essendo improbabile che i prezzi continuino a salire.

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Le cause del doppio boom

Peraltro, il boom dei bond è trainato dall’estremo accomodamento monetario delle banche centrali, diventato ancora più tale con l’emergenza Covid-19.

Gli istituti hanno espanso i loro bilanci per migliaia e migliaia di dollari in pochi mesi, acquistando essenzialmente obbligazioni di stato e, in misura inferiore, corporate. Di suo, comunque, il mercato si è messo a caccia di bond per ripararsi dalle tensioni internazionali, concentrandosi sui titoli “core” più sicuri. Questa seconda motivazione è alla base anche della stessa impennata dell’oro, “safe asset” per eccellenza.

Dunque, la paura sostiene le quotazioni di entrambi, scatenata nei mesi scorsi dalla pandemia e sostenuta di recente dal boom di contagi nelle due Americhe, con la prospettiva di una ripresa a “V” dell’economia mondiale che si allontana.

Quanto al futuro, per quanto sia difficile fare previsioni, diremmo che le prospettive per il metallo siano potenzialmente migliori di quelle per i bond. Il punto è uno: l’inflazione. Con il petrolio in area 40 dollari e il pil caduto un po’ ovunque a doppia cifra, difficile immaginare che nei prossimi mesi registreremo una fase di reflazione. Probabile che i prezzi restino sostanzialmente invariati a lungo presso le economie avanzate, ma prima o poi torneranno a crescere, pur lentamente, ma cresceranno. E quando ciò accadrà, l’oro si presterà meglio a proteggere dalla perdita del potere di acquisto, dato che le obbligazioni, i cui rendimenti nel migliore dei casi oggi superano a stento lo zero, sul piano reale diverranno ancora più negativi. Ed ecco perché le quotazioni auree sono attese in ulteriore forte crescita, per quanto fuori dall’America i risultati saranno tutt’altro che scontati, essendo quotate in dollari USA, il cui indebolimento sta già riducendo i guadagni per gli investitori nel resto del mondo, alimentando il rialzo stesso.

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