Cogeme S&T in liquidazione

Azioni e obbligazioni convertibili sospese a tempo indeterminato dopo che l’assemblea dei soci ha respinto la proposta di aumento di capitale per 60 milioni. Bilanci truccati e gonfiati alla base del dissesto finanziario. Come recuperare i soldi persi

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Azioni e obbligazioni convertibili sospese a tempo indeterminato dopo che l’assemblea dei soci ha respinto la proposta di aumento di capitale per 60 milioni. Bilanci truccati e gonfiati alla base del dissesto finanziario. Come recuperare i soldi persi

Se cercate un esempio di finanza creativa per perdere velocemente denaro in borsa, quello di Cogeme S&T è quasi perfetto. Sbarcata al mercato Expandi di Piazza Affari nel 2006 a 3,65 euro con richieste che hanno superato di tre volte e mezzo il numero di azioni spingendo il titolo fin sopra i 4 euro, oggi la società di Frosinone attiva nella meccanica di precisione per il settore automotive, vale zero. Le azioni ordinarie Cogeme (0,048 euro) e le relative obbligazioni convertibili (19 euro) sono state infatti sospese dalle negoziazioni a tempo indeterminato da Borsaitaliana dopo che l’assemblea degli azionisti della società ha rigettato la proposta di azzeramento del capitale sociale e di ricapitalizzazione presentata dal Consiglio di Amministrazione. In pratica sono stati polverizzati 28 milioni di euro di capitale sociale. Cogeme è stata quindi messa in liquidazione ed è stato nominato un collegio di liquidatori (compenso annuale di 125 mila euro ciascuno) che presto si metterà all’opera per soddisfare i creditori attraverso la (s)vendita dei vari rami d’azienda In altre parole cesserà di esistere. Ma come si è arrivati a questo punto? Come è possibile che un gruppo industriale con ricavi per quasi 80 milioni (bilancio consolidato 2010) e un patrimonio di oltre 86 milioni sia finito a gambe all’aria nel giro di un anno?

 

Cogeme S&T: il crollo dopo pesanti svalutazioni a bilancio

 

Azione Cogeme SeT in borsa

La risposta è semplice: i bilanci sono stati truccati e le voci dell’attivo gonfiate a dismisura per ottenere finanziamenti sempre più corposi dalle banche. Lo dice la stessa Cogeme nella relazione semestrale del 2011 evidenziando come svalutazioni e rettifiche siano state conseguenza di malversazioni, contabili e gestionali, da attribuire ai precedenti amministratori.

Tant’è che, dopo una serie di avvenimenti strani e operazioni sospette (dimissioni di amministratori e sindaci, dimissioni dell’investor relator, socio di maggioranza che scende dal 60% al 20% del capitale, dimissione dell’amministratore delegato, ecc.), in occasione della presentazione del bilancio semestrale 2011, Cogeme aveva annunciato una serie di maxi svalutazioni e accantonamenti rispetto alle attività iscritte nell’attivo dello stato patrimoniale per complessivi 89 milioni di euro. Una botta che, aggiunta alla perdita operativa di gruppo, ha fatto precipitare il conto economico fin sotto i 92 milioni di euro mandando altresì in rosso di 23 milioni il patrimonio netto. Dalle stelle alle stelle, insomma, con il titolo azionario e obbligazionario che nel frattempo erano scesi a candela e le banche creditrici che, non sapendo (forse) nulla, si erano rifiutate di concedere una moratoria sui crediti.

 

Aumento di capitale Cogeme: poca trasparenza e tanti sospetti

 

Obbligazioni CV 2009-2014

Ma l’odore di marcio era già percepibile fin dal novembre 2008 quando Cogeme varò un difficile aumento di capitale (il periodo non era certo dei più favorevoli dopo il fallimento di Lehman Brothers) che prevedeva l’emissione di azioni e obbligazioni convertibili ad alto rendimento da offrire ai soci per un ammontare rispettivo di 37,2 e 14,8 milioni di euro. In particolare il prestito convertibile 2009-2014 step down (IT0004447014) prevedeva, per invogliare i risparmiatori, il riconoscimento di un elevato tasso d’interesse che per il primo anno era del 10%, per il secondo del 9% e così via. Una cosa assurda – osserva Luca Benedetti, responsabile del mercato obbligazionario Italia di Deutsche Bank – che non si combina affatto con la natura dell’obbligazione convertibile che generalmente riconosce agli obbligazionisti un tasso d’interesse più basso di quello di mercato in cambio appunto del diritto alla conversione per l’investitore del debito in capitale. Qui, invece, era stata emessa una obbligazione high yield convertibile che non presentava alcun vantaggio per l’emittente (la società non distribuiva nemmeno dividendi), anzi era penalizzante sotto il profilo dei costi e non incoraggiava certo il risparmiatore a convertire il bond in azioni. E difatti l’aumento di capitale non era andato tanto bene, tant’è che il consorzio istituzionale di garanzia intervenne per sottoscrivere il 24% di inoptato per la parte azionaria e il 12% per quella obbligazionaria con lo scopo, poi, di scaricare sul retail i titoli. Ma a cosa servivano questi soldi? In teoria per nuovi investimenti e per rifinanziare debiti in scadenza, ma in realtà per rientrare dall’esborso per l’acquisto a leva del 51% di Tecno Tempranova Lombarda (21 milioni) e per fronteggiare le spese correnti dovute alle onerose acquisizioni internazionali (India, Romania) sostenendo quindi il costo di un debito che stava per esplodere.

Una mossa azzardata perché negli anni seguenti la crisi internazionale si acuì mettendo alle corde il management e costringendolo a formulare un piano di ristrutturazione del debito accompagnato da un piano industriale di sviluppo che prevedeva il raddoppio del margine operativo lordo entro il 2015 per rientrare in una posizione finanziaria più gestibile.

 

Il tentativo di ristrutturazione del debito e il piano industriale Cogeme

 

Un progetto molto ambizioso con numeri che Mediobanca, incaricata di studiare la situazione e formulare un progetto di rientro dai debiti, aveva subito messo in dubbio, anche per scarsa trasparenza nei dati di bilancio, dicendo chiaro e tondo che sarebbero serviti soldi freschi e che senza non si sarebbe andati da nessuna parte con un patrimonio netto che era stato bruciato di sana pianta dalle dolorose (ma necessarie) svalutazioni. Occorreva, a conti fatti, un aumento di capitale da 60 milioni di euro che, come era facilmente intuibile già lo scorso mese di dicembre dall’andamento delle azioni e delle obbligazioni in borsa, era destinato a fallire a fronte di una mega svalutazione di gruppo  per quasi 90 milioni. Un peccato – commenta N. Martini manager di un fondo d’investimento obbligazionario che fa capo a Fidelity – perché la società, pur operando in un segmento di nicchia per grossi palyers industriali quali Magneti Marelli e Honeywell, ha un potenziale di sviluppo e crescita, soprattutto in Brasile e in India.

Il gruppo è infatti leader nella produzione e trattamento di componenti meccanici di altissima precisione caratterizzati da elevati standard di specializzazione tecnologica e di qualità.

 

La grande fregatura per i piccoli risparmiatori di Cogeme. La Procura indaga

 

Il gioco (sporco) è sempre il solito: far pagare ai piccoli azionisti e obbligazionisti gli sbagli e le ruberie di amministratori che hanno avuto mano libera nelle casse aziendali. E nella peggiore delle ipotesi questo avviene passando attraverso le procedure concorsuali fallimentari o attraverso la liquidazione della società, come per il caso concreto. Il sospetto è che gli attuali amministratori intendano rientrare in possesso degli assets più redditizi (quelli in India e in Romania) una volta che i liquidatori avranno ripulito il gruppo dai debiti vendendo separatamente i pezzi mediante asta o, meglio ancora, tramite trattativa privata. Ma non senza aver prima fatto i conti con i piccoli azionisti e gli obbligazionisti, già da tempo sul piede di guerra, che si stanno attivando per far valere le loro ragioni dinnanzi alle autorità competenti. Un esposto è già stato presentato alla Consob e uno alla Procura di Frosinone. Già, perché di fronte a una procedura di liquidazione di un’azienda che ha svalutato pesantemente i propri assets gli azionisti non si vedrebbero riconoscere nulla, mentre gli obbligazionisti giusto qualche manciata di euro (e chissà quando), sempre che i creditori privilegiati e le banche vengano soddisfatti interamente e residui ancora qualcosa in cassa dopo la liquidazione. L’ipotesi, su cui starebbe indagando la magistratura – secondo indiscrezioni – è quella di bancarotta fraudolenta nel caso in cui venisse dimostrato che i bilanci aziendali erano palesemente pompati e che importanti somme di denaro siano state distratte dalla disponibilità di Cogeme.

 

Come cercare di recuperare i soldi investiti in azioni e obbligazioni Cogeme

 

Ma per i piccoli risparmiatori vittime del crack cosa resta da fare adesso? Tentare di recuperare i soldi persi è impresa titanica in Italia fra studi legali e carte bollate, ma la speranza c’è. Innanzi tutto bisogna individuare eventuali responsabili e poi distinguere fra azionisti e obbligazionisti: i secondi infatti sono più tutelati dei primi in questi casi essendo la società emittente “obbligata” per legge nei loro confronti. La prima cosa da fare tuttavia – come spiega l’Associazione dei Risparmiatori – per gli obbligazionisti che hanno ancora in mano i titoli che presto andranno in default col pagamento della cedola di Marzo è quella di insinuarsi al passivo della società nel tentativo di recuperare qualcosa al termine della procedura di liquidazione. Poi occorre valutare se vi sono gli estremi per promuovere una causa contro l’istituto che ha venduto le obbligazioni ai risparmiatori senza che l’intermediario abbia messo al corrente il cliente dell’elevato rischio dell’investimento in base anche al suo profilo d’investimento. Spesso manca una firma, una manleva o un documento che fa sorgere la responsabilità contrattuale di chi propone l’investimento e per importi inferiori ai 10mila euro a volte le banche, se responsabili, preferiscono risarcire il cliente evitando così onerose spese legali e processuali. Diversamente, per chi ha percepito i bond aderendo all’aumento di capitale, occorrerà valutare le clausole del prospetto informativo di adesione che faceva riferimento a dati di bilancio probabilmente non veritieri, per cui potrebbe essere chiamata in causa anche la società di revisione, il collegio sindacale e la Consob. In ultima istanza – precisa l’associazione – sarà importante vedere se col tempo emergeranno responsabilità penali a carico degli amministratori, ragione per cui sarà possibile costituirsi parte civile in un eventuale processo. Questo ultimo passaggio vale anche per gli azionisti le cui prospettive di recupero delle somme investite in fase di liquidazione, stando agli ultimi dati di bilancio disponibili, è pari a zero. Per costoro, l’unica strada percorribile è appunto quella di promuovere una causa, meglio se collettiva (class action), contro eventuali responsabili del dissesto finanziario di Cogeme. Ma qui, solo il tempo e l’evolversi degli eventi sarà d’aiuto.

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