Cina esplode la bolla immobiliare: Kaisa Group verso il default

Il costruttore cinese con oltre 25 miliardi di ricavi non paga le cedole sui bond in dollari che precipitano del 70%. Si teme la fuga degli investimenti

di Mirco Galbusera, pubblicato il
Il costruttore cinese con oltre 25 miliardi di ricavi non paga le cedole sui bond in dollari che precipitano del 70%. Si teme la fuga degli investimenti

Kaisa Group Holding è sull’orlo del fallimento. Il noto costruttore cinese, attivo soprattutto nella regione dello Shenzhen, ha iniziato il 2015 saltando il pagamento di un coupon su obbligazioni high yield in dollari e il rimborso di 51 milioni di prestiti bancari a fine anno. Più precisamente, il general contractor, gigante cinese con un giro d’affari annuo che super i 25 miliardi di dollari, non ha messo a disposizione degli obbligazionisti le cedola maturate l’8 gennaio per 26 milioni relative al prestito obbligazionario 10,25% da 500 milioni di dollari con scadenza 2020 (XS0871580477). L’obbligazione ad alto rendimento, collocata da Citi, Credit Suisse, JP Morgan, UBS  nel marzo 2013 sulla borsa di Hong Kong, aveva riscosso un notevole successo presso gli investitori istituzionali e i fondi che avevano scommesso sull’espansione del mercato delle costruzioni in Cina.   Bond Kaisa Group Holding 10,25% 2020 a un passo dal default   Poi, però, il rallentamento della crescita economica del Dragone e, soprattutto, il rafforzamento del dollaro nei confronti del renminbi hanno cominciato a mettere alle corde l’intero settore immobiliare che in Cina era andato letteralmente in bolla negli anni passati (e in parte lo è ancora). Così, alla notizia che Kaisa Group non avrebbe messo a disposizione nei tempi concordati 51 milioni di dollari al creditore bancario HSBC lo scorso mese di dicembre, le azioni quotate alla borsa di Hong Kong hanno iniziato a precipitare perdendo in poche sedute il 50% del proprio valore prima di essere sospese dalle contrattazioni. Stessa cosa per i bond internazionali in dollari che, alla notizia del mancato pagamento delle cedole semestrali di gennaio, sono crollati sotto quota 29% del valore nominale. La società è in difficoltà – osservano da Bloomberg – e sarebbe il primo grande costruttore cinese a finire in default sul pagamento di debiti in dollari. Cosa non ancora formalmente avvenuta poiché la società, in un comunicato, ha dichiarato di voler far ricorso ai 30 giorni di grazia prima per onorare i suoi obblighi. Tuttavia gli investitori non hanno dubbi sul fatto che Kaisa finirà per chiedere la protezione dai creditori accedendo alle misure del concordato preventivo fallimentare, una sorta di Chapter 11 americano, anche perché il presidente e il direttore finanziario hanno già abbandonato ogni carica a fine 2014 e il 18 marzo prossimo dovranno essere pagate le cedole di un altro bond high yield da 250 milioni: il Kaisa Group Holding 12,875% 2022 (XS0828366756), le cui quotazioni sono anch’esse precipitate a 30 centesimi sul mercato over the counter.   Kaisa aveva 1,5 miliardi di dollari di riserve   [fumettoforumright]La situazione – secondo gli analisti di Lucror Analytics –appare tanto evidente quanto incomprensibile dal punto di vista finanziario. Kaisa, al 30 giugno 2014, disponeva di riserve per oltre 1,5 miliardi di dollari e non si comprende come la società possa non avere disponibilità per onorare gli interessi in scadenza. Il mancato pagamento alle banche di 51 milioni di dollari lo scorso anno e la sospensione delle cedole per 26 milioni lasciano intendere che possa esserci dell’altro che non va nella gestione delle finanze del costruttore cinese e i bilanci possano essere stati taroccati, come avvenuto recentemente per la major brasiliana Petrobras. D’altra parte, Kaisa ha declinato di commentare la vicenda rimettendosi  a prossimi comunicati ufficiali che saranno resi noti dall’investor relator, mentre il governo cinese ha rafforzato i controlli in ossequio alla nuova campagna anticorruzione nel settore delle costruzioni a tutela degli interessi degli investitori e per combattere la speculazione che è rigogliosamente esplosa con il boom immobiliare degli ultimi 5 anni.   La bolla immobiliare cinese   Negli ultimi anni, i prezzi delle case sono aumentati esponenzialmente nelle più grandi città della Cina. Dopo il congelamento del credito, è ripresa con forza la corsa al mattone, alla stregua di quanto successo nel 2009, quando il piano di sostegno alla domanda globale del governo (inevitabile rimedio alla crisi) aveva condotto i capitali cinesi verso le costruzioni. Il timore dello scoppio della bolla speculativa è ancora più comprovato dalla distribuzione geografica degli aumenti. Ne beneficiano infatti le grandi metropoli – Pechino, Shanghai, Shenzhen in testa – a scapito delle città di seconda e terza fascia. Nella capitale il prezzo delle case ha mediamente raggiunto i 25.000 Rmb, (3.000 euro) al mq, un valore non lontano da quello delle principali città europee. Probabilmente più importante è il paragone con i prezzi delle altre città cinesi, pari a circa un quarto rispetto a Pechino. Il paragone è eclatante e rinforza la convinzione che dietro le costruzioni si celi non tanto un bisogno dei cittadini quanto la speculazione. Alle aste, i terreni nelle metropoli venivano venduti fino a sei volte il prezzo iniziale di vendita. E’ dunque senza sorpresa la rivelazione che i prezzi delle case sono cresciuti esponenzialmente e che ora per pagare un appartamento standard di 100 mq siano necessari 40 anni di reddito. I cittadini che vivono del loro lavoro sono sempre più costretti a sacrifici per ripagare i prestiti contratti per l’appartamento. Nel linguaggio corrente è stata coniata per loro una nuova espressione: fang nu, schiavi della casa o prigionieri del mutuo. Sia la vecchia che la nuova dirigenza sanno che l’aumento dei prezzi è conseguenza di un maggior credito disponibile. Appena la ripresa si allontana, l’ossigeno all’economia si riversa sul settore immobiliare. E’ questo il vero nodo che Pechino non è riuscito finora a sciogliere.

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Argomenti: Obbligazioni High Yield, Bond in dollari USA, Obbligazioni societarie