C’è un cattivo segnale per i BTp, lanciato sin dallo scoppio della crisi

Sui nostri titoli di stato grava un brutto segnale che va avanti da oltre 10 anni e che nel primo semestre del 2019 si mostra peggiorato, malgrado il recente crollo dei rendimenti sovrani.

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Sui nostri titoli di stato grava un brutto segnale che va avanti da oltre 10 anni e che nel primo semestre del 2019 si mostra peggiorato, malgrado il recente crollo dei rendimenti sovrani.

Nel primo semestre dell’anno, il rendimento medio all’emissione per i nostri titoli di stato si è attestato all’1,31%, in netto rialzo dall’1,07% medio dello scorso anno. Ad ogni modo, è risultato il quinto più basso degli ultimi 25 anni, dopo lo 0,55% del 2016, lo 0,68% del 2017, lo 0,70% del 2015 e, appunto, il dato del 2018. Grazie al crollo dei rendimenti di queste ultime settimane, però, non sarebbe velleitario sperare in una discesa in linea, se non al di sotto, dell’intero anno passato.

Attualmente, il BTp a 10 anni offre meno dell’1,60% e il trentennale l’1% in più. Inoltre, il rendimento medio all’emissione dipende anche dalle scadenze collocate dal Tesoro sul mercato. Può darsi, infatti, che si approfitti almeno in parte dei costi bassissimi di rifinanziamento del debito pubblico per allungarne la durata residua media.

Perché la crisi nel governo per ora non scalda lo spread e i rendimenti BTp

Se i rendimenti scendono, lo stesso sta avvenendo agli scambi giornalieri medi. Essi misurano il grado di liquidità del mercato dei BTp e qui le notizie appaiono poco confortanti. Nel grafico di cui sotto, noterete come il valore dei contratti quotidianamente siglati prima dell’avvento della crisi finanziaria nel 2008 fosse decisamente superiore ai livelli odierni, attestandosi sopra i 6 miliardi. Nel primo semestre 2019, invece, esso risulta sceso in area 3,8 miliardi, meno dei 4,6 del 2018, quando a sua volta era diminuito dai 4,77 miliardi del 2017. Il punto più basso venne toccato nel 2012 con 2,23 miliardi, preceduto dai 2,87 del 2009. Viceversa, il muro dei 5 miliardi fu sfondato nuovamente nel 2014 e nel 2015, rispettivamente a quota 5,88 e 5,39 miliardi.

Liquidità BTp in discesa senza QE

Non a caso, sembra quasi esservi una correlazione diretta tra liquidità degli scambi e andamento dei prezzi dei BTp. In effetti, quando la prima si è ridotta, i secondi generalmente sono diminuiti. Nel 2009, a dire il vero, i rendimenti italiani si erano abbassati in linea con l’andazzo generale sui mercati mondiali, ma gli spread si sono ampliati, scontando maggiori rischi percepiti. La ripresa degli scambi tra 2014 e 2016 sarebbe dovuta al varo del “quantitative easing” della BCE, quando evidentemente molti investitori istituzionali, anzitutto, hanno approfittato degli acquisti di Francoforte per vendere i BTp in pancia e liberarsene a prezzi convenienti.

Se questo è vero, conforta assai poco sapere che, aldilà della BCE, il mercato non abbia alcuna voglia di comprarsi i nostri bond. Il numero degli scambi tornerà probabilmente a salire nel caso di riattivazione del QE e proprio alla sua cessazione sarebbe dovuta la drastica discesa dei mesi passati. Si consideri che prima della crisi, non solo il valore delle contrattazioni giornaliere risultava nettamente superiore, ma quello dei titoli di stato in circolazione ammontava a diverse centinaia di miliardi in meno rispetto ad oggi. Nel 2005, a fronte di 1.300 miliardi di BoT e BTp negoziabili, ogni giorno ne venivano scambiati per lo 0,47%; al 30 giugno scorso, solo lo 0,19% dei 2.025 miliardi potenziali.

Perché il mese di ottobre per i BTp rischia di essere negativo

E la liquidità per il mercato è importante, perché segnala la possibilità di monetizzare l’asset nel più breve tempo possibile e a prezzi vicini a quelli desiderati. Quando a comprare e a vendere sono in tanti, ciascuna parte troverà qualcun’altra disposta a negoziare a condizioni assai prossime a quelle ritenute accettabili, altrimenti la distanza tra denaro e lettera si amplia e risulta più difficile comprare o vendere. E questo è un rischio che l’investitore speculatore non ama correre, dovendo evitare di restare imbrigliato in acquisti da cui non riuscirebbe a liberarsi facilmente.

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