Caos Fed sui tassi USA, un altro “tantrum” sui mercati per via degli stop and go di Atlanta

Il mercato dei Treasuries reagisce all'erraticità delle banche centrali, mandando ai picco i rendimenti americani, similmente a quanto stia avvenendo nel resto del mondo avanzato.

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Il mercato dei Treasuries reagisce all'erraticità delle banche centrali, mandando ai picco i rendimenti americani, similmente a quanto stia avvenendo nel resto del mondo avanzato.

Rendimenti giù, prezzi su. Il mercato obbligazionario mondiale ha dato un bel colpo d’ali nell’ultima settimana, da quando la Federal Reserve ha cancellato dai suoi programmi per quest’anno il decimo rialzo dei tassi nell’ambito della stretta monetaria avviata alla fine del 2015. Le quotazioni dei bond stanno salendo un po’ tutte verso i massimi da anni, se non della loro storia.

Come nel caso dei decennali emessi dall’Australia, che stamattina sono arrivati a rendere l’1,76%, mai così poco. Se con oggi si chiudesse il primo trimestre del 2019, potremmo concludere che esso abbia esitato un calo di 25 punti base del Treasury a 10 anni. Sarebbe il terzo più cospicuo dal 2014. Mediamente, dal 2009 si sono registrati 6 primi trimestri in ripiegamento e 5 in rialzo per una variazione media di -2,5 punti base.

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Il calo più marcato per i rendimenti sovrani americani si è avuto nel 2016, quando fu di 46 bp. Due anni prima, era stato di 27 bp, ad oggi di poco superiore a quello in corso. Queste tre date non sembrano casuali e sarebbero legate tutte alla Fed. Nel primo trimestre del 2014, il mercato tornava a comprare Treasuries, dopo il boom di vendite avvenuto dalla tarda primavera dell’anno precedente, quando l’allora governatore Ben Bernanke aveva annunciato che di lì alla fine dell’anno avrebbe iniziato a ritirare gli stimoli monetari, un’operazione chiamata “tapering”. La finanza reagì con un “sell-off” ai danni dei bond a stelle e strisce, che prese il nome di “taper tantrum” o “collera da tapering/freno (degli stimoli)”.

Le cause della collera del mercato

Come sempre capita quando le variazioni dei prezzi appaiono troppo brusche, la Fed capì di avere indisposto gli investitori e temendo ripercussioni negative per l’economia americana, nei mesi seguenti si mostrò più prudente nei toni. Due anni dopo, accadeva qualcosa di simile. Nel dicembre del 2015, l’istituto di Atlanta aveva alzato per la prima volta i tassi dal giugno 2006.

Analisti, politici e investitori si divisero sull’opportunità di quella mossa, per alcuni tardiva, per altri imprudente. Sta di fatto che il governatore Janet Yellen la stretta la avviò, rompendo gli indugi, a distanza di un anno dalla cessazione degli stimoli. Tuttavia, lo fece a modo suo, vale a dire mostrando un approccio così graduale, che per mesi il mercato si chiese se ci sarebbe stato mai un secondo rialzo dei tassi, il quale avvenne effettivamente solo alla fine del 2016, cioè a un anno di distanza dal primo e dopo le elezioni presidenziali, vinte a sorprese da Donald Trump.

Un altro fattore concorse, a dire il vero, alla frenata sui tassi: il petrolio. Agli inizi del 2016, le quotazioni scesero ai minimi da inizio millennio, crollando fin sotto i 30 dollari al barile sull’eccesso di offerta che si era materializzato sui mercati e al quale l’OPEC non volle reagire per circa un anno abbondante. Ad un tratto, i tentativi delle principali banche centrali di reflazionare le rispettive economie vennero frustrate e la Fed dovette attendere più del dovuto prima di proseguire la stretta, temendo di provocare la deflazione.

Stavolta, le cose starebbero messe un po’ diversamente: il crollo del petrolio c’è stato pure, ma tra ottobre e dicembre dello scorso anno. A rallentare adesso è, invece, l’economia americana, l’unica tra le grandi ad avere esibito una vitalità oltre le previsioni nel corso del 2018, trainata dal maxi-taglio delle tasse voluto dall’amministrazione Trump. Anche in questo caso, però, la mano della Fed sembra esserci tutta. A fine estate, il governatore Jerome Powell parlava ancora di tassi “ben lontani” dal loro livello naturale, stimato intorno al 3%. Poche settimane dopo, tra la collera di Trump, oltre che del mercato, si rimangiava la parola, sostenendo che il costo del denaro fosse ormai “vicino” al livello dei tassi naturali. Tralasciamo i problemi di credibilità di un istituto così erratico e concentriamoci sui rendimenti USA: il Treasury decennale a inizio novembre raggiungeva l’apice del 3,25%; da allora, risulta avere lasciato per strada oltre 80 bp o 0,80%, cioè un quarto di quanto era arrivato ad offrire.

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Il zigzag della Fed sui tassi

La Fed ha scatenato sui mercati quelle paure che temeva di alimentare, conseguenza di una comunicazione a dir poco zigzagante. Qui, sarebbe da approfondire se abbia avuto ragione la Casa Bianca o l’istituto. La prima avvertiva sin dalla primavera scorsa, che l’economia americana non avrebbe potuto sostenere tassi ancora più alti, dato che questi stessero rafforzando eccessivamente il dollaro, contribuendo ad ampliare il deficit commerciale USA. Da queste considerazioni, la richiesta esplicita, anche con espressioni forti del presidente, affinché la stretta cessasse. Viceversa, Powell era preoccupato da due cose su tutto: che, ponendo fine ai rialzi, la Fed non avrebbe avuto sufficienti munizioni da utilizzare nel caso di recessione; che annunciando in fretta l’arresto della stretta, avrebbe finito per convincere i mercati delle cattive condizioni dell’economia americana, nonostante fondamentali macro apparentemente molto solidi e positivi come non si vedeva da decenni (disoccupazione ai minimi dal 1969 e inflazione sotto il 2%).

La fretta con cui Powell è passato da una all’altra tesi potrebbe avere spinto una fetta rilevante del mercato a scontare rischi più grossi di quelli realmente ad oggi previsti e prevedibili, cercando rifugio nell’obbligazionario. Sarà stato per le pressioni sempre più imbarazzanti di Trump, sarà anche che il quadro globale sia andato deteriorandosi progressivamente e con una certa velocità, ma oggi si sconta quasi al 70% che a inizio 2020 vi sarà un taglio dei tassi negli USA, quando fino a non molte settimane fa s’intravedeva ancora qualche ulteriore rialzo. E questo non è né normale, né benefico, in quanto scombussola gli investitori, come se fosse verificatosi un evento imprevisto e tutto da scontare. Tre governatori e tre pasticci, a conferma che il problema non sia il nome di chi di volta in volta guida la più importante banca centrale, quanto il modus operandi che si respira al suo interno.

Anzi, la Fed appare persino tra le banche centrali più lucide, visto che la BCE ha ritirato il QE da inizio anno, salvo annunciare a metà marzo (10 settimane dopo!) che varerà nuovi stimoli per sostenere la reflazione nell’area, segnalando di non avere sotto controllo un bel nulla; con l’aggravante, che ha sparato tutte le cartucce che possedeva, a differenza di Atlanta, che almeno ha dalla sua 9 rincari del costo del denaro, la fine del QE da oltre 4 anni e una parziale riduzione degli assets a bilancio.

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