BTp tra le destinazioni top per rendimenti reali, superati solo da Grecia e Spagna

I titoli di stato italiani diventano ancora più allettanti dopo avere considerato l'inflazione, mentre i principali bond sovrani sui mercati avanzati offrono rendimenti negativi.

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Rendimenti reali a 10 anni

I titoli di stato italiani stanno beneficiando, così come tutti gli altri concorrenti, dell’allentamento monetario delle banche centrali. La BCE ha da poco annunciato un aumento degli acquisti di bond per 500 miliardi di euro con il PEPP, la cui durata verrà estesa di 9 mesi al 31 marzo 2022. Abbiamo 15 mesi abbondanti nei quali non dovremo preoccuparci del costo di emissione del debito pubblico. Dopo, si vedrà. Intanto, il BTp a 10 anni offre ormai intorno allo 0,50%, mai così poco nella sua storia. Il decennale del Portogallo è sceso sottozero, quello della Spagna ci ha fatto una capatina venerdì scorso. Dunque, per quanto bassi siano i rendimenti italiani, restano pur sempre superiori a quelli di quasi tutta l’Eurozona, eccezione fatta per la sola Grecia.

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Tuttavia, i soli rendimenti nominali in sé ci dicono poco sull’appetibilità effettiva dei bond. Bisogna tenere conto dei tassi d’inflazione per capire se i nostri titoli stiano andando meglio o peggio degli altri e abbiano ulteriori possibilità di guadagno. Nel grafico di sotto, abbiamo inserito i rendimenti medi reali a 10 anni mese per mese dal dicembre dello scorso anno al novembre 2020. Essi sono ottenuti sottraendo dai rendimenti nominali il tasso d’inflazione del mese in ciascuno dei seguenti paesi: Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, Francia, Germania, UK, USA, Giappone e Australia.

Come emerge ad occhio nudo dal grafico, contrariamente a quanto pensiamo i rendimenti reali nel corso dell’ultimo anno sono mediamente lievitati. Com’è possibile? A fronte di un calo anche drastico dei rendimenti nominali, l’inflazione è passata in molti casi da livelli superiori all’1-2% a tassi quasi nulli o negativi.

Ora, quando l’inflazione si abbassa, il rendimento reale di un titolo tende a salire, a meno che sul piano nominale non scenda più velocemente. Facciamo un esempio per capire: il Treasury a 10 anni nel dicembre dello scorso anno mediamente si attestava all’1,86%, ma l’inflazione americana nello stesso mese era del 2,3%. Di conseguenza, offriva il -0,44% reale. A novembre, invece, il bond era crollato a un rendimento dello 0,86%, ma l’inflazione era scesa anche di più, cioè all’1,20%. Pertanto, il rendimento reale risultava del -0,34%, leggermente superiore a quello di quasi un anno prima.

Rendimenti reali a 10 anni

Sud Europa resta appetibile

L’Italia ha seguito lo stesso percorso degli altri stati, ma la nostra inflazione partiva da livelli ben più bassi, a fronte di rendimenti nominali nettamente più alti. Risultato? I rendimenti reali si sono riportati sostanzialmente ai livelli pre-Covid. Non può dire lo stesso la Grecia, che offre ormai rendimenti a 10 anni di poco superiori ai BTp, ma a fronte di un’inflazione negativa del -2,1% a novembre, per cui il rendimento reale ellenico sfiora il 3%. Stesso discorso per la Spagna, che a rigore esibisce un rendimento reale decennale di poco superiore al nostro, malgrado il livello nominale mediamente di circa mezzo punto percentuale inferiore.

Discorso a parte Francia e Germania. Anche in questi mercati, i bond hanno visto risalire velocemente i rendimenti reali nel corso dei primi mesi dell’anno. I rendimenti nominali erano già negativi e hanno potuto diminuire di poco con la corsa ai “safe assets” scatenatasi sui mercati con l’emergenza Covid. Parallelamente, però, i rispettivi tassi d’inflazione collassavano. Ad ogni modo, a novembre il Bund a 10 anni rendeva il -0,27%, l’Oat il -0,52%. Tra i paesi esaminati, dunque, sono i titoli francesi a risultare meno generosi di tutti. I bond tedeschi raggiungevano il loro punto più basso a febbraio, quando arrivarono a offrire il -2,13% reale.

In un certo senso, date anche le diverse condizioni fiscali, diremmo che la Francia abbia fatto il passo più lungo della gamba e che la Germania abbia buone chance di continuare a performare bene.

E poiché i tassi sul mercato rimarranno bassi ancora a lungo, la caccia alla “yield” dovrebbe spingere gli investitori a spostarsi sempre più nel Sud Europa, cosa che sta avvenendo in queste settimane, come segnalano vistosamente Lisbona e Madrid, seguite da Roma e Atene. Con la BCE a “spegnere” nei fatti i rischi sovrani nell’area, quel 3% della Grecia e quello 0,80-0,90% ancora offerto da Italia e Spagna appaiono troppo ghiotti per non approfittarne.

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