BTp-i maggio 2030 e settembre 2032, ecco cosa ci dicono i risultati dell’ultima asta

I titoli di stato indicizzati all'inflazione hanno ricevuto un'accoglienza apparentemente calda all'ultima asta del Tesoro, ma siamo sicuri che il mercato li desideri davvero?

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I titoli di stato indicizzati all'inflazione hanno ricevuto un'accoglienza apparentemente calda all'ultima asta del Tesoro, ma siamo sicuri che il mercato li desideri davvero?

L’altro ieri, martedì 25 febbraio, il Tesoro ha emesso BTp indicizzati all’inflazione (esclusi tabacchi) e con scadenza maggio 2030 e settembre 2032 per un importo complessivo di 1,5 miliardi di euro. Dei primi, è stata emessa la seconda tranche per 900 milioni e che ha riscosso ordini per 1,73 miliardi. Dei secondi, si è trattato della 28-esima tranche da 600 milioni, a fronte dei quali gli ordini hanno ammontato a 1,69 miliardi. In tutto, la domanda è stata di 3,42 miliardi, pari a un rapporto di copertura di 2,28. Bene, ma come vedremo nemmeno così benissimo, almeno stando ai risultati delle ultime aste di BTp con cedole fisse.

BTp 2030 indicizzato all’inflazione euro, ecco il successo del collocamento

Il decennale con cedola 0,40% aumentata dell’inflazione dell’Eurozona (ISIN: IT0005387052) è stato piazzato a un prezzo di 100,91, poco sopra la pari, che si confrontava con i 100,79 esitati sul mercato secondario al termine della seduta di martedì. In sostanza, il mercato ha pagato un po’ più caro il bond maggio 2030, ricevendo un rendimento annuale alla scadenza dello 0,31%. Il titolo settembre 2032 e cedola reale 1,25% (ISIN: IT0005138828) è stato venduto a 110,7, anche in questo caso a poco più del 110,42 vigente sul secondario a fine seduta. Il rendimento lordo è stato dello 0,38%.

Confrontando i rendimenti con quelli dei BTp di simile scadenza e cedole fisse, notiamo che il BTp-i maggio 2030 offre circa due terzi di punto percentuale in meno e il BTp-i settembre 2032 qualcosa come tre quarti di punto in meno. Questa differenza è quella che in gergo è nota come “breakeven” e che ci segnala l’inflazione attesa dal mercato per il periodo di durata residua dei bond. Dunque, gli investitori oggi si aspetterebbero che i prezzi nell’Eurozona crescano mediamente dello 0,67% all’anno fino al 2030 e dello 0,76% fino al 2032.

In altre parole, la BCE non sarebbe capace nemmeno da qui ai prossimi 12 anni di centrare il target d’inflazione, ad oggi “vicino, ma di poco inferiore al 2%”.

Inflazione attesa ancora bassa

A gennaio, l’inflazione nell’area è stata dell’1,40%, ben sotto il target. In Italia, si è attestata allo 0,50%, praticamente una frazione dell’obiettivo di Francoforte. Poiché è dagli inizi del 2013 che l’indice dei prezzi nell’unione monetaria non centra stabilmente il target, le aspettative del mercato esibite con l’ultima asta del Tesoro non appaiono così irrealistiche, per quanto elevato si mostra il rischio che gli obbligazionisti stiano sottovalutando la reflazione nei prossimi anni. Se così fosse, starebbero pagando troppo per i BTp con cedole fisse e troppo poco per quelli con cedole variabili. I primi sarebbero destinati a deprezzarsi, i secondi ad apprezzarsi. Il “breakeven” salirebbe, segnalando un tasso d’inflazione atteso più alto.

La BCE non stimola ancora le aspettative d’inflazione, lo dicono anche i BTp-i

Ad oggi, i BTp-i restano ampiamente snobbati sui mercati. A fronte dei 4,9 miliardi di euro di titoli in scadenza nel maggio 2030 e negoziabili sul mercato, gli scambi nel trimestre novembre 2019-gennaio 2020 hanno ammontato nella media mensile ad appena l’1%. Peggio ancora è andata nello stesso periodo ai BTp-i settembre 2032: meno dello 0,50% al mese di questi titoli è passato di mano. Questo significa che chi li possiede se li tiene stretti, ma anche che non esista alcuna specifica pressione della domanda che ne agevoli la vendita.

Quest’anno, ad esempio, il decennale con cedola fissa si è apprezzato del 3,7%, la scadenza a 12 anni del 4%. Per contro, le suddette scadenze con cedole variabili hanno reso rispettivamente il 2,5% e il 2,3%. Dunque, non si assiste ad alcuna corsa per accaparrarsi i bond che proteggono contro il rischio inflazione, evidentemente perché non si teme (ancora) che questa torni a minacciare il potere di acquisto.

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