BTp green, come saranno i titoli “verdi” del Tesoro e i dubbi circa la loro natura reale

La prima emissione "verde" della Repubblica italiana avverrà nei primi mesi del 2021. Vediamo come sarà.

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Il Tesoro lancerà BTp green nel 2021

E’ stato creato l’apposito Comitato inter-ministeriale, che si occuperà di redigere le condizioni all’interno delle quali verrà emesso il primo BTp green. L’idea di lanciarlo entro la fine di quest’anno è sfumata, per cui il Tesoro provvederà quasi certamente agli inizi del 2021, chissà se già a gennaio stesso. Di certo, Roma è in gran ritardo rispetto ai principali partner europei. La Germania è stato l’ultimo emittente sovrano in ordine di tempo ad avere fatto ingresso sul mercato “verde” con due emissioni negli ultimissimi mesi. Prima erano arrivate Polonia, Olanda e Francia. Il passo di Berlino, però, ha smosso le acque, perché da emittente “benchmark” e prima economia europea (quarta al mondo), i suoi Bund green rappresentano un “game changer”.

I green bond sono titoli obbligazionari, che si distinguono da quelli ordinariamente emessi per la destinazione dei proventi raccolti, che deve essere finalizzata al finanziamento di iniziative ambientali. L’Accordo di Parigi del 2015 sull’abbattimento delle emissioni inquinanti ha dato impulso a questi titoli, che nel 2019 hanno superato i 250 miliardi di dollari per i nuovi collocamenti.

I BTp green del Tesoro italiano dovranno prevedere con chiarezza quale uso si farà dei capitali raccolti. Servono allo scopo misure del governo a favore dell’ambiente, come quelle che mirano a ridurre l’inquinamento e alla salvaguardia di flora e fauna. Gli obiettivi devono essere credibili, altrimenti si rischia il flop sui mercati. E per essere credibili, devono anche risultare misurabili nel corso degli anni e fino alla scadenza del bond, un modo per verificare a consuntivo se l’emittente si sia attenuto alle sue promesse o abbia deviato i fondi ad altre voci di spesa generiche.

E il boom di emissioni in questi ultimissimi anni, specie corporate e bancario-finanziarie, fanno parlare da tempo di rischio “green washing”, vale a dire che titoli formalmente verdi captino i capitali degli investitori per raggiungere solo in misura parziale obiettivi di sostenibilità ambientale, sfruttando la sensibilità crescente tra gli investitori.

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Problemi “tecnici” non secondari

Con il Recovery Fund da 750 miliardi varato a luglio e ancora da definire nei dettagli al prossimo Consiglio europeo di giovedì 10 dicembre, l’Unione Europea si è impegnata a destinare il 30% delle risorse per scopi ambientali. Questo presupporrebbe che oltre 200 miliardi di euro di emissioni dovrebbero essere di green bond, riflettendo piani altrettanto corposi pro-ambiente presentati dai governi. Se la quota fosse applicata senza sostanziali differenze tra stato e stato, l’Italia dovrebbe presentare progetti verdi fino a un massimo di oltre 60 miliardi tra sovvenzioni e prestiti. Trattasi di cifre di assoluta importanza, che da un lato ci offrirebbero l’opportunità di risolvere tanti mali storici del nostro Paese (si pensi al dissesto idrogeologico), dall’altro richiederebbe uno sforzo immane dentro i ministeri per la presentazione dei progetti.

Peraltro, i BTp green andrebbero a finanziare ulteriori programmi di più immediata realizzazione, nell’attesa che arrivino per lo stesso scopo i fondi europei. Siamo sicuri che lo stato italiano sia capace di finanziare così tanti obiettivi ambientali in breve tempo? Per fortuna del mercato, esiste un incentivo che solitamente viene previsto dall’emittente per “auto-punirsi” nel caso di mancato raggiungimento parziale o totale degli obiettivi: l’aumento della cedola. Il maggiore costo spingerebbe il governo a non bluffare, ma sarebbe soprattutto la perdita di reputazione a comportare i maggiori rischi. Per contro, l’amplissima liquidità a disposizione in questa fase fa chiudere agli stessi investitori più di un occhio, essendo impegnati a cercare nuove opportunità di impiego fruttifero dei capitali che non il pelo nell’uovo.

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