BTp agosto o novembre 2029? Ecco il rischio di una cedola fuorviante

Il BTp novembre 2029 (ISIN: IT0001278511) sembra più allettante come cedola del "benchmark" agosto 2029 (ISIN: IT0005365165). Ecco perché presenta maggiori rischi per il piccolo investitore e rende effettivamente di meno.

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Il BTp novembre 2029 (ISIN: IT0001278511) sembra più allettante come cedola del

Quando parliamo di rendimento delle obbligazioni, siamo portati a pensare automaticamente che un bond con scadenza più lunga offra di più di uno con scadenza più ravvicinata. E, in generale, così è, tanto che l’inversione avvenuta nei mesi scorsi per ampi tratti della curva dei Treasuries ha allarmato il mercato, segnalando il possibile arrivo di una recessione per l’economia americana.

In realtà, di tratti invertiti ne presenta diversi anche la curva dei BTp, ma per ragioni più squisitamente “tecniche”, che non legate a considerazioni di natura economica. Un caso interessante riguarda la scadenza a 10 anni. Il BTp agosto 2029 e cedola 3% (ISIN: IT0005365165) offre oggi l’1,56%, mentre quello che verrà rimborsato nel novembre dello stesso anno e cedola 5,25% (ISIN: IT0001278511) rende l’1,40%.

I rischi dei BTp con cedola alta

Com’è possibile, considerando che il bond che domani stacca la sua prima cedola funge pure da “benchmark” per la scadenza a 10 anni? In effetti, pur risultando al 30 giugno scorso emesso per 13,36 miliardi dal Tesoro contro i 28,85 miliardi del bond novembrino, scambia più attivamente sul mercato, per un controvalore mensile medio nell’ultimo trimestre pari a 460 milioni contro gli appena 121 milioni dell’altro titolo.

La ragione principale per cui il secondo offrirebbe di meno sarebbe il maggiore appeal della sua cedola, che attirerebbe capitali più copiosi tra quanti punterebbero a fruire di flussi di reddito superiori fino alla scadenza. Ma siamo sicuri che per il piccolo investitore sarebbe una scelta saggia? In effetti, il BTp agosto 2029 prezza a 113,40, il BTp novembre 2029 a 134,40. Questo significa che, volendo acquistare titoli di stato per un controvalore nominale di 100.000 euro, dovremmo spendere per il primo 113.400 euro, per il secondo 134.400. E così, la cedola del 3%, rapportata al valore dell’investimento, risulterà del 2,65% e quella del 5,25% pari al 3,9%. Il secondo BTp batte ancora il primo, ma le distanze si riducono a un effettivo 1,25% all’anno.

Gli effetti della tassazione sui due BTp

Non è tutto. I rendimenti delle obbligazioni sono sottoposti a tassazione e scontano un’aliquota agevolata del 12,50%.

Dunque, le 11 cedole che godremmo da oggi fino alla scadenza con il BTp agosto 2029 ammonterebbero a un valore netto del 25,50% circa dell’investimento, ancora una volta meno del 37,5% complessivamente erogato dal monte-cedola del BTp novembre 2029. Tuttavia, la normativa fiscale garantisce un credito d’imposta sulla minusvalenza accusata con l’acquisto del titolo sopra la pari, purché essa venga compensata con plusvalenze di pari importo entro i 5 anni dalla data del rimborso del bond, altrimenti andrà perduto.

Nei due casi in esame, il credito d’imposta sarebbe pari al 12,50% del sovrapprezzo di 13,4/113,4 per il BTp con scadenza in agosto e di 34,4/134,4 per il BTp con scadenza a novembre, equivalendo rispettivamente a 1,48 e 3,20, pari a un rendimento annualizzato dello 0,148% e dello 0,31% rispettivamente. Questo è quanto andrebbe perduto nel caso non si fosse in grado di compensare la minusvalenza con altrettante plusvalenze entro i 5 anni successivi, un fatto che tipicamente riguarda i risparmiatori che realizzano investimenti una tantum. Senza di esso, il rendimento effettivo alla scadenza scenderebbe all’1,13% per il BTp agosto 2029 e allo 0,92% per il BTp novembre 2029. A fronte di una cedola più alta, quindi, avrà reso di meno e persino sotto l’1% medio all’anno, potenzialmente intaccando il potere di acquisto del capitale investito.

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Per contro, va detto che il BTp di novembre è destinato a fungere da prossimo “benchmark” a 10 anni con il passare dei mesi e ciò depone in favore delle sue quotazioni, in quanto gli investitori istituzionali sono soliti acquistare bond di riferimento, attraverso gli indici in cui questi vengono inseriti. Pertanto, gli scambi dovrebbero vivacizzarsi e se l’obiettivo fosse di rivenderlo prima della scadenza a prezzi più alti, il potenziale di crescita vi sarebbe tutto, pur a fronte di un rendimento già inferiore a quello dell’attuale decennale.

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