BTp 2050, ecco chi ha comprato all’asta il bond italiano andato a ruba

L'asta record del Tesoro per il nuovo BTp a 30 anni ha attirato investitori di tutto il mondo. Vediamo nei dettagli chi sono e da dove provengono.

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L'asta record del Tesoro per il nuovo BTp a 30 anni ha attirato investitori di tutto il mondo. Vediamo nei dettagli chi sono e da dove provengono.

Il BTp 1 settembre 2050 e cedola 2,45% (ISIN: IT0005398406) è andato letteralmente a ruba. Piazzato per 7 miliardi di euro, ha registrato ordini per un controvalore di 47 miliardi, esitando un rendimento del 2,50%, essendo stato emesso appena sotto la pari, per l’esattezza a 99,28. Sulle ragioni di questa corsa all’acquisto abbiamo già scritto, in questa sede ci interessa analizzare i dettagli dell’asta, dopo che il Tesoro ha comunicato il profilo degli acquirenti.

Il primo aspetto saliente riguarda la provenienza degli investitori assegnatari: il 68,1% è straniero, il restante 31,9% è italiano.

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Dunque, per più dei due terzi il bond a 30 anni è andato all’estero. E questa è una buona notizia, perché significa che l’Italia è meta dei capitali stranieri, pur scontando un rischio sovrano percepito più alto che quasi ovunque nell’Eurozona. Solo la Grecia continua a rimanere per gli investitori un po’ più rischiosa, ma nemmeno tanto ormai. Sono stati 35 i paesi coinvolti nell’operazione. Il 18,3% della domanda soddisfatta è arrivata dal Regno Unito, il 15,1% dal Nord America (USA e Canada), l’8,4% dalla Francia, l’8,3% da Germania/Austria/Svizzera e il 7,6% dalla Scandinavia. Infine, il 3,7% è andato in Asia e lo 0,3% altrove.

A conti fatti, il maggiore appetito è stato stimolato all’infuori dell’Eurozona, emergendo dai dati che solamente circa un quarto dell’emissione è finito nei paesi dell’unione monetaria, Italia esclusa. Sembra un paradosso, visto che all’interno dell’area viene meno il rischio di cambio, eppure non lo è. Le obbligazioni in euro fanno gola ad americani, inglesi, giapponesi, svedesi, norvegesi, etc., poiché sono denominate in una valuta destinata a rafforzarsi nei prossimi anni. Detto in maniera semplice, oltre al rendimento offerto, chi le acquista specula sul cambio, cioè si aspetta di rivenderle prima della scadenza a un valore (nella sua valuta) superiore a quello di acquisto, maturando così una plusvalenza extra.

Forte appetito per BTp tra i fondi

Quanto alla tipologia professionale degli acquirenti, nemmeno in questo caso si hanno sorprese. A fund manager (67,8%), fondi pensione e assicurazioni (5,7%) e hedge fund (6,5%) è andato l’80% dell’emissione, il restante 20% è stato spartito tra banche (13,3%) e banche centrali ed enti governativi (6,4%).

Come volevasi dimostrare, i fondi sono i più interessanti alle obbligazioni italiane, per una ragione specifica: esse offrono rendimenti inimmaginabili altrove, pur comportando l’assunzione di qualche rischio in più, nel concreto sul piano della volatilità delle quotazioni per via delle frequenti tensioni politiche a Roma.

Se c’è una cosa che un fondo pensione o una compagnia assicurativa desidera ai giorni d’oggi è di garantirsi un investimento a lunga scadenza e remunerativo al tempo stesso. Un Bund a 30 anni offre nemmeno lo 0,30%, per giunta dopo una forte risalita del rendimento negli ultimi mesi. Ricordiamoci che nell’estate scorsa, questa scadenza in Germania era arrivata ad offrire il -0,20%. Il 2,50% dell’Italia non solo è un livello nettamente positivo, ma teoricamente capace di tutelare l’investimento dall’erosione del potere di acquisto. Se anche le principali banche centrali riuscissero a centrare negli anni i rispettivi target d’inflazione, tutti in area 2%, questo bond continuerebbe a offrire un plus reale lordo di mezzo punto percentuale, al netto dei ragionamenti sull’effetto cambio sopra espressi e validi per gli investitori esterni all’Eurozona.

Ve ne sarebbe per piantarsi davanti alla sede del Tesoro, in Via XX Settembre a Roma, e comprare tutto il debito che qui viene emesso alle aste fino all’azzeramento degli spread con i partner dell’area, se non fosse che esso faccia paura all’estero, vuoi perché l’Italia non viene considerata in condizioni fiscali sane da garantire il rispetto certo delle scadenze nel lungo periodo, vuoi anche perché presenta una situazione politica peculiare: pur tra i principali grandi paesi dell’euro, da tempo ha un’opinione pubblica in maggioranza assoluta euro-scettica. E così, quell’effetto cambio teoricamente favorevole alle nostre emissioni si trasforma in un boomerang, dato che nessuno con certezza sembra oggi capace di affermare che tra 10, 20 o 30 anni i BTp verranno effettivamente rimborsati in euro.

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