Referendum Brexit, la calma prima della tempesta

Brexit o Bremain, non sarà comunque un successo. L’Europa resta frammentata e divisa. E la Bce presta soldi a chi non ne ha bisogno nell'interesse di banche e multinazionali

di Mirco Galbusera, pubblicato il
Brexit o Bremain, non sarà comunque un successo. L’Europa resta frammentata e divisa. E la Bce presta soldi a chi non ne ha bisogno nell'interesse di banche e multinazionali

Chiunque vinca, per l’Unione Europea non sarà un successo. Il referendum per la permanenza della Gran Bretagna nella Ue (Brexit), al di là del risultato delle urne, mostra ancora una volta una Europa spaccata e frammentata economicamente, politicamente, fiscalmente, con piazze finanziarie diverse e politiche che nulla hanno del “comunitario”. Inutile nascondere la realtà, se le cose stanno così già da molto tempo, questo referendum farà solo da volano per un’ondata speculativa sui mercati finanziari e sulle borse la cui volatilità non è mai stata così alta negli ultimi cinque anni. Sostanzialmente, però, gli investitori faticheranno sempre a mettere soldi sulle piazze finanziarie europee, accomunate solo da una moneta unica che appare più come una camicia di forza a vantaggio degli interessi della Germania, che come un concreto mezzo di scambio. E il passato non va dimenticato. Due anni fa la Scozia andò alle urne per chiedere l’uscita dalla Ue, l’anno scorso lo fece in qualche modo la Grecia, quest’anno la Gran Bretagna. Fra poco toccherà anche all’Italia (perché no?). In un clima del genere è difficile pensare a un recupero dei listini azionari come è accaduto negli Stati Uniti dopo lo scoppio della crisi nel 2008. Men che meno pensare di poter difendere i propri risparmi con i rendimenti dei Bot e dei Btp, finiti tragicamente in territorio negativo e con le banche e le finanziarie che prestano soldi con tassi positivi.

Solo le banche acquistano titoli di stato europei

Nel frattempo la Bce continua a comprare titoli di stato e i rendimenti sono scesi sotto zero fino a 10 anni per il Bund e a 7 anni sul Oat francese. Li acquistano le banche (solo loro) che poi li rivendono alla Bce attraverso il meccanismo del quantitative easing, salvo poi, un giorno, ritrovarsi a scaricarli sul mercato quando l’inflazione e i tassi d’interesse torneranno a salire. Un meccanismo perverso che fa girare denaro a vuoto e non risolve il problema del debito astronomico che hanno accumulato gli stati europei, di cui l’Italia può vantare un primato indiscutibile. Ma avere tanti debiti da mettere in compartecipazione potrebbe essere un vantaggio in una Europa divisa, mentre diventa pericoloso per quei paesi virtuosi o in equilibrio di bilancio che potrebbero essere chiamati a rispondere un giorno degli errori altrui. La Gran Bretagna non vorrebbe questo, ma è costretta a rimanere nel club europeo per beneficiare degli accordi commerciali e di libero scambio con i Ventotto che ne fanno parte. Si tratta di miliardi di euro che non vanno a incrementare il benessere dei cittadini (ben inteso), ma di quello delle aziende internazionali basate a Londra (come Fiat Chrysler Automobiles).

L’Europa è profondamente frammentata

Le banche centrali guardano con preoccupazione l’esito del referendum, poiché una uscita dalla Ue da parte della Gran Bretagna comporterebbe un effetto domino anche per altri stati che presto indiranno referendum a tema costringendole a immettere nuova liquidità nel sistema. Non solo, Hedge Funds e speculatori ne approfitterebbero per colpire duro ancora una volta sul ventre molle del sistema finanziario globale. Ma anche se la Gran Bretagna restasse nella Ue, la sostanza non cambierebbe perché l’Europa è e rimane profondamente frammentata, non ispira fiducia per i mercati e i governi d’oltremanica faticano sempre a trovare accordi con Bruxelles. I fondi continueranno a investire laddove le regole sono più semplici e non vi sono incertezze di sorta: in multinazionali con sedi in paradisi fiscali e in titoli di stato americani, mentre le stesse aziende USA si finanziano in Europa emettendo bond in euro per pagare meno interessi e sfruttando tutte le debolezze di un sistema fiscale europeo che premia le società con sede in Lussemburgo e a Londra.

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Argomenti: Btp

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