Bonos senza patemi con le quarte elezioni in Spagna in 4 anni, vediamo perché

Nessun allarme spread in Spagna, dove il premier Pedro Sanchez ha fallito le trattative per formare il nuovo governo. Eppure, ci saranno elezioni anticipate il 10 novembre, le quarte in meno di 4 anni e le seconde quest'anno.

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Nessun allarme spread in Spagna, dove il premier Pedro Sanchez ha fallito le trattative per formare il nuovo governo. Eppure, ci saranno elezioni anticipate il 10 novembre, le quarte in meno di 4 anni e le seconde quest'anno.

Pedro Sanchez ha dovuto gettare la spugna. Il premier socialista non è riuscito a trovare una maggioranza parlamentare di sostegno al suo governo, avendo fallito le trattative con la sinistra radicale di Podemos e quelle dell’ultimo minuto intavolate con i centristi nazionalisti di Ciudadanos. Re Felipe VI ha così sciolto il Parlamento e indetto elezioni anticipate per il 10 novembre prossimo, le seconde in appena 7 mesi e le quarte in meno di 4 anni. La Spagna vive una stagione di crisi politica senza precedenti nell’era post-franchista, ma ciò non sembra intaccare la fiducia dei mercati.

Forse i Bonos della Spagna dovrebbero essere “shortati”?

Ieri, anziché impennarsi come accade in Italia a ogni sentore di instabilità, i rendimenti dei Bonos sono diminuiti. Il decennale è sceso dallo 0,30% allo 0,24%. Lo spread con la Germania resta a livelli storicamente bassissimi, in area 70-75 punti base, la metà di quello tra BTp e Bund. I titoli di stato spagnoli rendono negativamente fino alla scadenza dei 7 anni, mentre il trentennale ottobre 2048 offre appena l’1,17% contro il nostro 2%.

Come mai non scatta alcun allarme spread per Madrid? Le ragioni di questa apparente disparità di trattamento ai danni dell’Italia sui mercati risiedono in diverse cause. Anzitutto, l’economia spagnola continua a crescere a ritmi più che soddisfacenti, specie tenendo conto della congiuntura internazionale. Il pil è salito dello 0,5% nel primo e nel secondo trimestre del 2019, quando in Italia ha segnato una variazione rispettivamente del +0,1% e nulla. E lo scorso anno, mentre noi entravamo in recessione tecnica e complessivamente crescevamo dello 0,9%, la Spagna sfoggiava un ottimo +2,4%, quasi tre volte tanto.

E’ l’economia, bellezza!

Nel quinquennio scorso, mediamente il pil spagnolo è cresciuto al ritmo annuo del 2,6%, quello italiano dello 0,9%, circa tre volte inferiore.

E così, preoccupa molto meno il debito pubblico iberico, che pure superava il 97% del pil a fine 2018, ma in ripiegamento dall’oltre 100% del 2014. In pratica, grazie alla crescita la Spagna può permettersi di essere meno puntigliosa sui suoi conti pubblici, mentre la stagnante economia italiana rende necessaria una maggiore dose di austerità fiscale, con la conseguenza che i mercati si mostrano ben più vigili su di noi e più rilassati su Madrid.

Perché con lo spread a 300 punti i BTp si sono mangiati 15 anni contro i Bonos della Spagna

Quest’anno, il Bonos a 10 anni è passato dall’1,50% a un minimo prossimo allo zero toccato a inizio agosto, beneficiando anch’esso del clima di maggiore accomodamento monetario nell’Eurozona e nei fatti distanziando i BTp, tanto che sui mercati finanziari ormai i titoli sovrani spagnoli, così come quelli portoghesi, tendono a essere definiti sempre meno “semi-periferici” e sempre più “semi-core”, quasi a volerli distinguere da quelli italiani e greci, gli appestati dell’area.

L’impatto nullo della lunga crisi politica sui mercati sarebbe anche il riflesso di un dibattito meno drammatico rispetto a quello italiano. Nessun partito a Madrid invoca l’uscita dall’euro, semmai Podemos si è fatto portavoce negli anni passati di una linea ostile all’austerità fiscale, mentre la neo-destra di Vox reclama maggiori poteri per gli stati nazionali, ma senza mettere in discussione l’appartenenza della Spagna alla UE e all’unione monetaria. Dunque, quali che siano le alleanze parlamentari e i vincitori delle elezioni, gli investitori non appaiono preoccupati e non lo saranno almeno fino a quando l’assenza di un governo non contrasterà con il mantenimento dei buoni fondamentali macro.

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