Bond WeWork con cedola al 15% e pagamenti misti, ecco l’affare rischioso dopo la fallita IPO

Obbligazioni WeWork ai minimi record dopo le voci su una nuova emissione in dollari non garantita e con maxi-cedola al 15%. Ma le caratteristiche del nuovo bond si mostrano abbastanza rischiose anche per gli investitori "high yield".

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Obbligazioni WeWork ai minimi record dopo le voci su una nuova emissione in dollari non garantita e con maxi-cedola al 15%. Ma le caratteristiche del nuovo bond si mostrano abbastanza rischiose anche per gli investitori

A due settimane dalla fallita IPO, la società che offre spazi di lavoro condivisi WeWork cerca nuove fonti per rifinanziarsi. Due le principali ipotesi in campo: la prima consisterebbe nel cedere la quota di controllo al suo primo azionista, la holding giapponese Softbank; la seconda nell’ottenere 5 miliardi di dollari da JP Morgan, attraverso un piano che include nuove emissioni obbligazionarie per 2 miliardi.

La prima ipotesi starebbe sfumando, mentre la seconda darebbe modo alla banca americana di rifarsi dopo che la mancata quotazione in borsa della società l’ha privata delle relative commissioni, essendo stata la mandataria dell’operazione fallita.

Disastro IPO WeWork e il bond 2025 precipita del 20%, rating spazzato via

Alla notizia delle trattative sul pacchetto di salvataggio, il bond “unsecured” di WeWork, scadenza maggio 2025 e cedola al 7,825% (ISIN: USU96217AA99), ha toccato il minimo dalla sua emissione di un anno e mezzo fa, scendendo ieri fino a 79 centesimi, salvo chiudere a 82, arrivando a offrire un rendimento massimo del 13,4%. Rispetto agli inizi di settembre, il tonfo oltrepassa il 20%. E non potrebbe essere altrimenti, visti i timori legati non solo alla mancata quotazione in borsa, ma anche alle caratteristiche del bond di cui si parla in queste ore.

In pratica, la nuova emissione, che verrebbe offerta in opzione a 100 grandi investitori nel mercato delle “high yield”, sarebbe di quelle che nella terminologia anglosassone viene indicata con sigla PIK, ossia “Payment-in-kind”. La cedola ipotizzata sarebbe di ben il 15%, ma WeWork avrebbe facoltà di onorare le scadenze o attraverso un esborso cash o aumentando l’entità del debito stesso alla data prevista per il rimborso. Lo schema a cui JP Morgan starebbe lavorando punterebbe ad offrire agli investitori un tasso d’interesse annuo del 5% certamente cash e il restante 10% in opzione debito.

Dubbi sulla solvibilità di WeWork

Ipotizzando che WeWork non riesca a pagare gli obbligazionisti interamente in contanti e si avvalga dell’opzione per l’intera quota di cedola su cui fosse possibile esercitarla, il debito da 2 miliardi di dollari salirebbe a 2,66 miliardi dopo tre anni e a 3,2 miliardi dopo 5 anni, visto che la mancata corresponsione degli interessi si tramuterebbe in nuovo debito a sua volta fruttifero.

In pratica, chi acquista questo bond scommette che l’emittente sia in grado di affrontare le scadenze o almeno che riesca a onorare il suo debito finale. Questo tipo di bond viene generalmente emesso dalle società attive nel comparto energetico. Nel caso di WeWork, i dubbi sulla sostenibilità del suo debito si infittiscono dopo la mancata IPO.

Al 30 giugno scorso, la società era esposta verso pagamenti per l’affitto dei locali offerti in condivisione ai clienti per 47,2 miliardi. E sopra ogni cosa preoccupa il modello di business, perché non è stato ancora testato in tempi di crisi. Se l’economia americana entrasse da qui a qualche tempo in recessione, riuscirebbe WeWork a resistere? Per cercare di riguadagnarsi la fiducia del mercato, migliaia dei 12.500 dipendenti stanno per essere licenziati in tutto il mondo. A quanto pare, non basta. Una cedola “monstre” del 15%, di questi tempi quasi inimmaginabile con i rendimenti negativi imperanti sui mercati obbligazionari, segnala proprio lo scetticismo degli investitori da una parte e il disperato fabbisogno di capitali di WeWork, altra ragione per cui il bond 2025 è sceso ulteriormente ieri.

WeWork raccoglie 1 miliardo da Softbank in bond convertibili 

Del resto, parliamo di un emittente “spazzatura”, stando alla classificazione delle agenzie S&P e Fitch, che hanno assegnato alla società rispettivamente il rating “B-” e “CCC+”. Certo, se JP Morgan riuscisse a garantire sulla solvibilità di WeWork, tenendo conto che siamo dinnanzi a un investimento potenzialmente assai remunerativo, quand’anche scontando il pagamento parziale degli interessi in denaro, a molti investitori verrà probabilmente l’appetito, anche se persino un pezzo da novanta nel panorama delle “high yield”, come John McClain di Diamond Hill Capital Management, mette in guardia che questo sarebbe di quegli affari che comportano “rischi per la carriera”.

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