Bond Venezuela, spuntano le offerte speculative: come comportarsi?

Sui titoli di stato del Venezuela, non negoziabili sui mercati secondari, arriva qualche offerta a fini speculativi. Un lettore ci scrive per capire come comportarsi.

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Sui titoli di stato del Venezuela, non negoziabili sui mercati secondari, arriva qualche offerta a fini speculativi. Un lettore ci scrive per capire come comportarsi.

In assenza di novità dal governo di Caracas sui bond del Venezuela, vi riportiamo il contenuto della missiva di un lettore, che ci ha chiesto lumi su un’offerta che ha ricevuto tramite email e che riguarda le obbligazioni sink con scadenza 05 agosto 2031 e cedola 11,95% (ISIN: USP17625AD98) di cui è in possesso.

Gentile cliente,

ti informiamo che la società MCAHOLDCO LTD promuove un’offerta volontaria di acquisto sull’emissione obbligazionaria denominata “VENEZUELA-NOTES 11-31 11.95% USD” (USP17625AD98), sino a 25.000.000 USD di Valore Nominale Massimo Complessivo. 

I detentori dell’emissione obbligazionaria “VENEZUELA-NOTES 11-31 11.95% USD”, che porteranno validamente in adesione all’offerta le obbligazioni detenute, riceveranno 10,50 USD ogni 100 USD di valore nominale. La quantità minima per aderire all’offerta è di 5.000 USD di valore nominale e multipli di 1.000 USD. 

L’offerta, in scadenza il 17 marzo, formalmente è stata avanzata tramite la tedesca Hellwig Wertpapierhandelsbank GmbH e riguarda anche altri titoli, compresi quelli della compagnia petrolifera statale PDVSA. Di seguito, ecco la tabella con i valori offerti per ciascuna emissione:

Offerta “strana”?

Per prima cosa, chi è la società in questione? Abbiamo fatto una breve ricerca e ci è risultato che si tratti di una società con sede a Londra e fondata nel 2018, che dispone di un patrimonio netto di 842 mila sterline e solamente 2 impiegati, di cui un direttore. Questi i dati al 31 marzo 2019, quando la liquidità depositata in banca era di 130 mila sterline. Insomma, stiamo parlando di una piccola entità attiva nel panorama finanziario e supponiamo (ma non abbiamo elementi concreti per asserirlo) che sia stata creata da qualche investitore istituzionale di maggiori dimensioni per effettuare operazioni all’infuori del proprio perimetro formale.

Detto ciò, non è “strano”, come ci scrive il lettore, che qualcuno si affacci per avanzare un’offerta su obbligazioni in default e attualmente non negoziabili sul secondario e che, quand’anche lo fossero, varrebbero zero.

Anzi, proprio questa fase si configura straordinariamente allettante per chiunque pratichi investimenti speculativi, in quanto per pochi spiccioli può essere raccolto tra gli obbligazionisti capitale, sul quale si cercherà in seguito di recuperare il tasso più alto possibile. Dalla tabella di cui sopra, si evince che basterebbe riscuotere più del 6,5% per le obbligazioni PDVSA e il 10,5% per quelle sovrane per maturare una plusvalenza.

Bond Venezuela, quali prospettive su rimborso e fine default?

Accadde lo stesso nei primi anni Duemila dopo il default dell’Argentina. I fondi speculativi americani, ma non solo, rastrellarono bond tra gli obbligazionisti e dopodiché si presentarono all’incasso davanti al governo di Buenos Aires, il quale non riconobbe i loro diritti. Servirono diversi anni di battaglie legali a New York per ottenere il riconoscimento formale dei diritti in capo a cosiddetti fondi “avvoltoi” – questa la definizione che diede loro il governo argentino – e solo l’arrivo di Mauricio Macri alla presidenza sbloccò l’impasse, che aveva provocato un secondo default “tecnico” nel 2014.

Maxi-perdita subito o sperare in un accordo?

Le obbligazioni di cui sopra verrebbero acquistate da Mca Holdco Limited al 10,50% del loro valore nominale (6,50% per quelle emesse da PDVSA). Chiaramente, chiunque volesse aderire all’offerta dovrebbe rassegnarsi ad accettare una forte perdita, visto che l’ultima volta che questi titoli risultarono negoziabili all’EuroTlx, vale a dire a fine febbraio 2019, quotarono a 31,68, in rialzo di circa un terzo in poche settimane, a seguito delle aspettative di allora su un imminente cambio di regime. Ad oggi, però, resta saldamente al potere Nicolas Maduro.

La scelta non è facile, ma ve la spieghiamo in poche parole: accettare una maxi-perdita subito, di entità dipendente della data in cui avvenne l’acquisto del bond, ma almeno rientrare in possesso di una quota minima dell’investimento e chiuderla qui. In alternativa, mantenere il possesso del bond, confidando in un accordo futuro di ristrutturazione tra obbligazionisti e Caracas.

Prima che l’embargo americano portasse allo stop del trading, le obbligazioni di stato del Venezuela si aggiravano intorno a un quarto del loro valore nominale, puntando a un terzo per via delle speranze che il regime “chavista” stesse per cadere. Dunque, il mercato prezzava la perdita di almeno i due terzi dei titoli.

Queste obbligazioni arrivano a scadenza nel 2031 e, in teoria, se da qui ad alcuni mesi o, molto più realisticamente, qualche anno, si arrivasse a un accordo tra le parti, non dovrebbero subire anche l’allungamento della durata (“roll over”), bensì il taglio del valore nominale e quasi certamente delle cedole. Diverso il caso delle emissioni già formalmente scadute o in scadenza nei prossimi anni, che subirebbero anche un quasi certo allungamento della durata. Ma sinora non si vede alcuna volontà e possibilità pratica del governo di accordarsi con i creditori, per cui stiamo ragionando per ipotesi e sulla base di altre esperienze. Quella più vicina temporalmente e geo-politicamente riguarda proprio l’Argentina, che si prese fino a 9 anni per stringere un’intesa con gli obbligazionisti e senza ottenere l’avallo del Fondo Monetario Internazionale. Il default del Venezuela è scattato “solo” 28 mesi fa.

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