Bond Venezuela, primi spiragli per gli obbligazionisti dal default

Una ristrutturazione di bond emessi dal Venezuela fa sperare l'ampia platea degli obbligazionisti, rimasti a bocca asciutta dal default di fine 2017

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Bond Venezuela, arriva uno spiraglio sul default

Il Venezuela è in default da quasi quattro anni e gli obbligazionisti sono rimasti a bocca asciutta, non riuscendo a riscuotere né le cedole, né tantomeno il capitale dei bond in scadenza. Eppure, qualche spiraglio sembra aprirsi per loro. Nei giorni scorsi, il regime di Caracas ha completato un’operazione, attraverso la quale ha ceduto la sua partecipazione del 49% nella raffineria della Repubblica Dominicana, Refidomsa.

La cessione è avvenuta tramite il fondo Patsa, controllato dalla famiglia dominicana Ritzek. Questo deteneva bond del Venezuela per un controvalore nominale di 360,9 milioni di dollari, a fronte dei quali ha ricevuto il suddetto 49%, valutato 74 milioni di euro o 86,5 milioni di dollari. Successivamente, la partecipazione è stata girata al governo dominicano. Si è trattato a tutti gli effetti di un’operazione di “debt for equity swap”, piuttosto frequenti nell’America Latina degli ultimi decenni.

Bond Venezuela saldati a sconto

A conti fatti, i bond del Venezuela restituiti all’emittente sono stati valutati al 24% del loro valore nominale o a 24 centesimi di dollaro. Se un’operazione simile fosse replicata per i quasi 60 miliardi di dollari di debito in default, gli obbligazionisti potrebbero raggranellare qualcosa. Considerate che al momento i bond sovrani quotano mediamente sui 10 centesimi di dollaro, mentre quelli emessi dalla compagnia petrolifera statale PDVSA in area 5%.

Nel dettaglio, il Venezuela è in default su 58,8 miliardi di capitale, a cui si sommano 20,8 miliardi di interessi arretrati. Ma detiene asset all’estero per appena 6 miliardi utilizzabili per annullare debiti. Non potrebbe fare affidamento su Citgo, la raffineria controllata da Citgo e con sede nel Texas. Ma il governo americano ha escluso con apposita legge che l’asset possa essere escusso dai creditori.

La misura punta a impedire che investitori stranieri sgraditi, come i russi che hanno in pegno il 49% delle azioni, possano mettere le mani su una società strategica sul territorio USA.

Dunque, tra capitale e interessi risultano da onorare scadenze per circa 80 miliardi. Troppi per essere ristrutturati anche a forte sconto attraverso la vendita degli asset all’estero. Tuttavia, perlomeno il regime di Nicolas Maduro avrebbe segnalato l’intenzione di procedere con operazioni di mercato per sbloccare l’impasse. Un segno forse della disperata caccia ai dollari per uscire da una crisi brutale, inasprita dalle sanzioni finanziarie americane del 2018.

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