Bond Venezuela, oggi scade l’offerta del governo: ristrutturazione quasi impossibile

L'ultimatum assegnato dal regime di Caracas agli obbligazionisti scade oggi. Le adesioni dovrebbero risultare minime, la ristrutturazione per ora non ci sarà.

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Ristrutturazione dei bond del Venezuela resta lontana

Tra poche ore giunge al termine l’ultimatum del regime di Nicolas Maduro agli obbligazionisti stranieri detentori di oltre 60 miliardi di dollari di bond sovrani. L’offerta di ristrutturazione del debito prevede che gli aderenti all’accordo non perdano i diritti relativi ai pagamenti delle cedole e del capitale. Nei loro confronti non scatterebbe, infatti, la clausola contenuta per i titoli emessi dal 2015 e che prevede la prescrizione dei pagamenti dopo tre anni dal default. Poiché il Venezuela ha iniziato a non pagare più gli obbligazionisti a partire dal novembre del 2017, praticamente questi rischiano legalmente di non essere più nelle condizioni di reclamare il dovuto.

Affinché l’offerta diventi valida, è necessario che venga accettata da almeno il 75% del capitale. Questa soglia appare obiettivamente un miraggio. Tra i fondi, la disponibilità ad aderire risulta bassissima, per non dire nulla. Con ogni probabilità, quindi, l’ultimatum di oggi scadrà infruttuosamente, anche perché tutti sanno che Caracas non potrà adempiere ad alcun accordo finché sarà sotto embargo.

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I pagamenti in dollari restano bloccati per via delle sanzioni imposte dall’amministrazione americane e in virtù delle quali le stesse negoziazioni dei titoli sulle piattaforme di trading sono impedite. Chi aderisse all’offerta oggi si troverebbe nei fatti ad accettare un accordo non solo a scatola chiusa – i termini sono quasi del tutto ignoti – ma persino impossibile da implementare, almeno allo stato attuale. Si consideri, inoltre, che a fronte degli oltre 60 miliardi di dollari di debiti da rinegoziare, le riserve valutarie del Venezuela ammontano a meno di 10 miliardi, per i tre quarti composti da oro, un asset anch’esso impossibile da monetizzare per il paese andino, poiché è fatto divieto a chicchessia all’estero di acquistarlo dalla banca centrale di Caracas.

La Banca d’Inghilterra, ad esempio, ha bloccato le detenzioni e ha respinto la richiesta dell’istituto venezuelano di riconsegnare i propri lingotti nei suoi forzieri.

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Ristrutturazione del debito venezuelano per ora impossibile

Dunque, non ci sono dollari in cassa per provvedere realisticamente ai pagamenti. Si consideri che la quasi totalità della valuta straniera è acquisita dal Venezuela tramite le esportazioni di petrolio. Ma la produzione è quasi azzerata e non basta neppure a soddisfare la domanda domestica. Dunque, non c’è alcuna possibilità nel breve e medio termine che tornino ad affluire dollari. A meno che la nuova amministrazione americana non decida di cambiare decisamente passo, rimuovendo l’embargo a carico di Caracas. Sembra difficile che ciò accada, date le ripetute violazioni dei diritti umani da parte del regime “chavista”, peraltro certificate a livello internazionale. In più, la Casa Bianca ha riconosciuto formalmente Juan Guaido come nuovo capo dello stato, per cui il passo indietro sarebbe clamoroso per la superpotenza mondiale.

Un quadro sconfortante per gli obbligazionisti, ce ne rendiamo perfettamente conto. Ma inutile illudersi: per il momento qualsivoglia ristrutturazione del debito appare difficilissima anche solo da discutere, per non dire impossibile. Non esistono le minime condizioni geopolitiche e finanziarie. Gli stessi prezzi a cui si muovono quei pochi bond che vengono scambiati all’infuori dei mercati regolamentati (sotto il 5% medio del valore nominale) e le offerte arrivate nei mesi scorsi da parte dei fondi speculativi confermano la sensazione che lo stallo durerà ancora parecchio.

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