Bond Venezuela, clausola sugli interessi ambigua e i fondi comprano per spiccioli

Rischio prescrizione per le cedole sui titoli di stato venezuelani emessi sotto la legge americana. Non tutti i creditori concordano e alcuni corrono ai ripari.

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Bond Venezuela, si avvicina la scadenza di novembre

Si avvicina la scadenza del 13 novembre, entro la quale i creditori dovranno comunicare al governo del Venezuela la loro eventuale adesione all’offerta di rinegoziazione dei bond su oltre 60 miliardi di dollari. L’ultimatum è stato prorogato già di un mese. Il ministro delle Finanze, Delcy Rodriguez, aveva dichiarato che per gli aderenti all’accordo non scatterebbe la clausola di prescrizione degli interessi, decorsi tre anni dalla dichiarazione di default. Poiché l’evento creditizio è scattato a partire dal novembre 2017, tra poche settimane gli obbligazionisti potrebbero ritrovarsi nella condizione legale di non vantare più alcun diritto sui pagamenti degli interessi non corrisposti e forse anche di quelli futuri.

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Non tutti i creditori concordano sull’applicabilità della clausola. Il Comitato dei Creditori Venezuelani, che raggruppa gli investitori USA, sostiene che la prescrizione decorrerebbe dalla data in cui il governo di Caracas trasferisce sul conto delle istituzioni finanziarie incaricate dei pagamenti gli interessi o il capitale. Poiché questo è accaduto raramente dal 2017, perlopiù non ci dovrebbe scattare alcuna prescrizione ai danni degli obbligazionisti tra un mese.

Tre fondi hanno rastrellato a fortissimo sconto obbligazioni venezuelani dal valore nominale di centinaia di milioni di dollari. Si tratta di Canaima, Copernico e Altana, rispettivamente con sede nelll’isola inglese di Guernsey, in Uruguay e alle Cayman. Altana ha presentato anche istanza al Southern District di New York per ottenere il pagamento di 108 milioni di dollari di obbligazioni venezuelane in default. La causa segue quella vinta Casa Express e Pharo Gaia Fund a settembre su bond per 400 milioni.

Regime di Maduro a corto di dollari

La questione è complessa.

Le cause legali sono viste come fumo negli occhi da Juan Guaido, riconosciuto presidente da una cinquantina di stati nel mondo, ma che nei fatti non detiene il potere nel Venezuela e non dispone di risorse finanziarie per provvedere ai pagamenti. Il leader dell’opposizione al regime di Nicolas Maduro vorrebbe avviare colloqui amichevoli con i creditori, ma questi non vedono la ragione per trattare con un capo dello stato solo sulla carta. Per contro, intentare causa contro Maduro negli USA non ha senso, semplicemente perché Washington non riconosce più il regime “chavista” dal gennaio dello scorso anno.

I titoli di stato del Venezuela scambiano informalmente al 7% medio del loro valore nominale, mentre i bond della compagnia petrolifera statale PDVSA intorno al 3%. Parliamo di scambi “over the counter”, dato che le piattaforme di trading non trattano più questi bond dagli inizi del 2019, dopo essere divenuti oggetto di embargo da parte dell’amministrazione americana.

Si stima che il solo fondo Copernico avrebbe rastrellato tra 100 e 500 milioni di dollari di bond venezuelani, evidentemente nel tentativo di spuntare dal governo un prezzo più alto di quello pagato. Difficile che l’ultimatum imposto da Caracas spinga i creditori ad aderire in massa. Del resto, pochi dettagli sono emersi dall’offerta di rinegoziazione e, comunque vada, il regime non possiede sufficienti entrate in dollari per pagare gli interessi o il capitale in scadenza da qui ai prossimi anni. E la situazione non migliorerà fino a quando non aumenteranno le estrazioni di petrolio, oggi quasi azzerate, e le quotazioni risaliranno. Il tutto, senza sanzioni della Casa Bianca. E solo un cambio di regime può porre fine all’agonia, ad oggi tutt’altro che prossimo.

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