Bond Turchia, solo il rialzo dei tassi potrà arrestare la corsa dei rendimenti

Lira turca tornata debole nelle ultime settimane sui timori per l'inflazione. Cancellati i guadagni di quest'anno e anche il mercato sovrano continua a soffrire

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Il tonfo dei bond turchi

Giovedì 18 marzo, la banca centrale turca sarà chiamata per la terza volta quest’anno a pronunciarsi sulla politica monetaria. Gli analisti si aspettano un nuovo rialzo dei tassi da 50-100 punti base dopo che l’inflazione a febbraio è salita ulteriormente al 15,61%. I tassi d’interesse erano stati portati al 17% dal nuovo governatore Naci Agbal, ma adesso appaiono bassi in termini reali.
Il mercato è tornato a vendere nelle ultime settimane, sconfortato dalle esternazioni di alcuni esponenti del governo in continuità con la vecchia visione fiscale e monetaria portata avanti dall’ex ministro dell’Economia, Berat Albayrak, genero del presidente Erdogan, dimessosi a novembre subito dopo la nomina di Agbal. I guadagni di quest’anno della lira turca sono stati azzerati. Tra i minimi storici toccati a novembre e febbraio, la valuta emergente era arrivata a rafforzarsi del 20%.
Male anche il mercato obbligazionario sovrano. Il bond a 2 anni offre ormai un rendimento quasi del 16,50%, ai massimi dall’estate del 2019. Il bond a 10 anni rende nei pressi del 14%, in questo caso ai massimi dal novembre scorso. A questo punto, solamente una nuova stretta monetaria convincente della banca centrale arresterebbe la caduta dei prezzi obbligazionari, frenando la corsa dei rendimenti.

Tassi fermi in Turchia e i rendimenti dei bond sembrano avere raggiunto il picco

Dati macro in chiaroscuro

Qualche buona notizia la si inizia a cogliere sul fronte macro, pur ancora di modesta entità. Se l’economia nel 2020 ha evitato la recessione – uno dei pochissimi casi al mondo – a gennaio il deficit corrente cumulato nei 12 mesi è sceso a 36 miliardi di dollari, mentre nello stesso mese si è registrato un afflusso netto di capitali di 1,6 miliardi.

La bilancia commerciale resta negativa, segnando -1,9 miliardi. Questi dati segnalerebbero che l’estrema debolezza del cambio attirerebbe i capitali esteri da un lato, mentre l’eccesso di importazioni potrebbe affievolirsi.
Ma si fa presto ad esultare. La Turchia importa essenzialmente tutta l’energia che consuma. Il drastico rialzo delle quotazioni petrolifere rende già più costosa la sua bolletta, facendo temere un’ulteriore accelerazione dei tassi d’inflazione. Se così, neppure il quasi certo rialzo dei tassi d’interesse sarebbe in grado da solo di frenare la caduta di lira e bond. Non è un caso che in settimana il presidente Erdogan abbia annunciato il varo di riforme economiche persino “amare”, che contrastino la cronica alta inflazione, il deprezzamento del cambio e l’instabilità finanziaria. Tutti buoni propositi a cui investitori e analisti non credono più, essendo stati sventolati più e più volte negli ultimi anni. Serviranno atti concreti per ripristinare la fiducia perduta.

E’ arrivato il momento di tornare a investire sui bond in Turchia?

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