Bond Turchia, quattro ragioni per cui adesso non dovreste comprarli

Il debito sovrano della Turchia sta diventando sempre più rischioso, malgrado il suo basso livello rispetto al pil. Ecco i motivi per starne alla larga in questa fase.

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Il debito sovrano della Turchia sta diventando sempre più rischioso, malgrado il suo basso livello rispetto al pil. Ecco i motivi per starne alla larga in questa fase.

La Turchia è una delle economie emergenti che più sta accusando il colpo per la contrazione del pil globale. L’umore a tratti nero degli investitori punisce Ankara, che è entrata in questa crisi in condizioni finanziarie precarie. Il mercato del debito sovrano locale si presenta sempre più rischioso per gli investitori esteri, sebbene in apparenza si mostri relativamente stabile. Eppure, l’analisi dei fondamentali ci spinge a credere che questa calma sia una patina, al di sotto della quale si cela un possibile terremoto.

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In aprile, le partite correnti di Ankara hanno chiuso con un saldo negativo di oltre 5 miliardi di dollari, più di 10 volte superiore ai -469 milioni dello stesso mese del 2019. In particolare, i titoli di stato sono stati oggetto di vendite nette da parte dei non residenti per 1 miliardo di dollari, mentre nel complesso i bond emessi sui mercati internazionali hanno registrato vendite nette per circa 1,8 miliardi.

Le partite correnti sintetizzano i rapporti tra un’economia e il resto del mondo con riferimento all’import/export di merci, servizi e capitali. Dunque, la competitività turca si sta velocemente deteriorando e, aspetto molto più interessante ai fini della nostra analisi, per intrattenere rapporti con l’estero la Turchia ha bisogno di un ingresso di valuta straniera supplementare, in assenza della quale o intacca le riserve della banca centrale o dovrà svalutare il cambio per riequilibrare domanda e offerta.

Riserve e cambio rischi crescenti

E, in effetti, le riserve valutarie stanno precipitando, scendendo a 86,3 miliardi (-6,3% su marzo) al 30 aprile scorso, di cui solo 50,1 miliardi (-15,5%) relativi ad assets in valute straniere, per il resto parliamo di oro, un asset di per sé non immediatamente liquido.

Al 31 maggio, poi, le riserve nette risulterebbero scese a 26 miliardi, giù dai 40 di aprile. Infatti, la banca centrale ha venduto dollari, euro, etc, per un controvalore di $40 miliardi nei primi 4 mesi dell’anno, al solo fine di difendere la lira, che ha comunque perso il 13% contro il biglietto verde.

L’istituto non sta tollerando più che il cambio contro il dollaro oltrepassi il rapporto di 7, al fine di mitigare l’impatto sull’inflazione. E, però, questa ha continuato a salire a maggio, attestandosi all’11,39%, in accelerazione dal 10,94% di aprile. Peccato che nel frattempo i tassi d’interesse siano stati fissati all’8,25%, cioè oltre 300 punti base più bassi dei livelli di crescita dei prezzi, risultando profondamente negativi in termini reali e incentivando così il deflusso dei capitali, con inevitabili contraccolpi sulle riserve o sui tassi di cambio.

Capite bene, quindi, perché il 12,33% offerto dal bond sovrano a 10 anni o il 9,28% da quello a 2 anni non possano soddisfare gli investitori in cerca di “yield” all’estero. Questi livelli di rendimento rischiano di essere spazzati via da una tempesta valutaria simile a quella del 2018, mentre nemmeno i titoli denominati in valute forti possono considerarsi scevri da rischi, dato che le riserve calanti segnalano crescenti difficoltà nel breve e medio termine ad ottemperare ai pagamenti. E man mano che il loro livello dovesse scendere, i prezzi di questi titoli seguirebbero, infliggendo perdite virtuali per quanti avrebbero voluto rivendere prima della scadenza. Lo stesso rischio sovrano per questi bond crescerebbe con l’assottigliamento delle riserve o anche solo con l’indebolimento del cambio, aumentando nel secondo caso il loro peso sui conti dello stato.

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