Bond su e cambio giù, così l’Indonesia attraversa la crisi della pandemia

Mercato obbligazionario e valutario divergenti presso una delle più grandi economie emergenti. L'emergenza Covid ha rimescolato le carte, ma gli investitori stranieri stanno alla finestra.

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Mercato obbligazionario e valutario divergenti presso una delle più grandi economie emergenti. L'emergenza Covid ha rimescolato le carte, ma gli investitori stranieri stanno alla finestra.

Di solito, il cambio e i bond vanno a braccetto in Indonesia, dove i capitali esteri attratti o intimoriti dal mercato obbligazionario domestico, muovendosi mutano il valore della rupia contro il dollaro. Negli ultimi mesi, non è più così. Se il cambio perde il 3,6% contro il biglietto verde da inizio luglio, tornando ai livelli di fine maggio, i titoli di stato salgono di prezzo e scendono di rendimento. E così, il bond a 10 anni offre oggi il 6,80%, 100 punti base in meno rispetto a 90 giorni fa. Sulle scadenze medio-brevi, troviamo il 6,87% offerto dal triennale contro il 6,81% di tre mesi fa. Dunque, ad essersi ristretti sono i rendimenti sul tratto lungo della curva.

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Suona strano che tutto questo stia accadendo, mentre i fondi d’investimento stranieri hanno venduto 7 miliardi di dollari di bond indonesiani quest’anno e il governo sta aumentando le emissioni di debito per far fronte all’emergenza Covid. In effetti, la quota di bond sovrani in mano agli investitori stranieri risulta essere scesa già dal 39% di inizio anno al 29%.

Sta accadendo che la banca centrale abbia acquistato debito pubblico per 300.000 miliardi di rupie, pari a circa 20,3 miliardi di dollari. E se questi interventi straordinari sembravano inizialmente che sarebbero durati per solo qualche mese, adesso dall’istituto si segnala la possibilità che durino fino al prossimo anno. Obiettivo implicito: monetizzare le emissioni di Giacarta per rendere il debito sovrano più sostenibile dopo la pandemia, malgrado la salita.

I timori del mercato

Sul piano macro, se non fosse per i timori sul cambio, vi sarebbero i fondamentali per tornare a investire. A luglio, l’inflazione è scesa all’1,54% annuo, mentre ancora i tassi d’interesse sono fissati al 4%.

E questo, ricordiamolo, a fronte di un quasi 7% offerto dal bond a 10 anni. Il problema è che politiche non ortodosse come il “quantitative easing” non sono né diffuse, né ben accolte sui mercati emergenti, dove gli investitori temono che i governi ne approfittino per porre fine alla responsabilità fiscale e ricorrere all’indebitamento senza freni.

L’apprezzamento sta riguardando anche i titoli denominati in dollari. Prendete il bond a 10 anni con cedola 7% e scadenza 15 ottobre 2030 (ISIN: US455780CS32). Oggi, tratta a quasi 115 e rende il 2,10%, mezzo punto percentuale in meno rispetto a tre mesi fa. Se vi sembra poco, dovete sempre pensare che si confronta con circa lo 0,65% del Treasury di pari durata, per cui lo spread si aggira intorno ai 155 punti base, teoricamente più che sufficiente per attrarre capitali esteri non americani e schermarli contro il rischio di cambio del dollaro.

E in aprile, l’Indonesia ha emesso il primo bond a 50 anni dell’Asia, sempre in dollari, con cedola 4,45% (ISIN: US455780CU87). Da allora, ha guadagnato oltre il 27% sul mercato secondario e oggi quota a poco meno di 126, offrendo un rendimento del 3,12%. Non essendovi un Treasury di pari durata con cui confrontarlo, possiamo solo notare come il premio sia di circa 175-180 punti base rispetto al trentennale americano.

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