Bond RomeCity gennaio 2048, boom di guadagni per gli obbligazionisti

Il debito obbligazionario di Roma è stato accollato allo stato e nell'ultimo anno ha registrato una forte impennata di prezzo sul mercato secondario. I creditori hanno potuto sorridere.

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Il debito obbligazionario di Roma è stato accollato allo stato e nell'ultimo anno ha registrato una forte impennata di prezzo sul mercato secondario. I creditori hanno potuto sorridere.

Il 27 gennaio di quest’anno è diventato efficace l’accollo allo stato italiano del bond RomeCity con scadenza 27 gennaio 2048 e cedola 5,345% (ISIN: XS0181673798). In altre parole, la prossima cedola, che matura tra poco più di 11 mesi, verrà direttamente pagata dal Tesoro. A carico dell’amministrazione statale vi saranno, quindi, quasi 75 milioni di euro all’anno, oltre chiaramente al rimborso del capitale tra 28 anni. Tuttavia, nulla cambia formalmente per il perimetro del debito delle Amministrazioni locali, visto che già dal 2010 il pagamento delle cedole era annoverato tra quelli a carico dello stato centrale, a seguito della gestione commissariale.

Bond RomeCity, rimborso anticipato o scambio con BTp?

Di certo, hanno potuto tirare un sospiro di sollievo gli obbligazionisti, titolari del bond per un importo totale di 1,4 miliardi di euro. L’emissione risale al 2003, all’epoca dell’amministrazione dell’allora sindaco Walter Veltroni. La lunga scadenza puntava a raccogliere capitali senza doversi preoccupare di rinnovare il debito nel medio periodo. La cedola può sembrare elevata al confronto coi numeri di questi tempi, ma si consideri che allora fu considerata un successo, tanto più che riguardava un’obbligazione della Capitale, non proprio del Tesoro.

Ad ogni modo, le condizioni finanziarie critiche in cui versa Roma avevano fatto temere il peggio negli anni recenti. Lo scorso anno, però, il varo del cosiddetto “Decreto salva Roma”, trasformato dalla Lega in un “salva tutti”, ha consentito al Tesoro di accollarsi formalmente i pagamenti sia della cedola che del capitale. E così, nell’ultimo anno il prezzo del bond RomeCity ha registrato forti rialzi, in linea con l’andamento obbligazionario sui mercati internazionali, mettendo a segno un guadagno del 40% e salendo a una quotazione di 160.

A conti fatti, oggi il titolo rende appena il 2%, meno del 40% rispetto alla cedola fissa.

Spread ristretto, ma guadagni non dovuti all’accollo

Confrontandolo con il titolo di stato di durata più ravvicinata, vale a dire il BTp marzo 2048 e cedola 3,45% (ISIN: IT0005273013), otteniamo uno spread di soli 34 punti base. Il bond governativo, infatti, rendeva ieri l’1,66%. Anch’esso nell’ultimo anno si è di molto apprezzato: +39%. E il suo rendimento è crollato di circa 200 punti base, scendendo dal 3,65%. Poiché il bond RomeCity un anno fa offriva oltre il 4,20%, segnalando uno spread con il titolo di stato di 56 bp, possiamo affermare che il suo accollo al Tesoro abbia contribuito in maniera determinante, se non esclusiva, al restringimento del differenziale di oltre una ventina di punti, fermo restando che il grosso dei guadagni realizzati siano da collegarsi essenzialmente alla riduzione percepita del rischio sovrano dell’Italia e alla discesa vertiginosa dei rendimenti su tutti i mercati avanzati, e non solo.

Perché il governo forse rimborserà il bond di Roma in anticipo

Ciò evidenzia come già sotto la gestione commissariale, il bond venisse percepito dagli investitori nei fatti come “garantito” dallo stato italiano. E non hanno avuto tutti i torti. Se anche le casse capitoline non fossero riuscite a fronteggiare i pagamenti, il governo (qualsiasi di turno) avrebbe impedito in ogni caso il verificarsi di un evento creditizio, non fosse altro che per mettere al riparo oltre 2.000 miliardi di euro di titoli di stato dai timori di un collasso generalizzato. Il fallimento di Roma all’estero sarebbe stato compreso come una sorta di prove generali di un default sovrano.

Sembra sfumata, invece, l’ipotesi di un’estinzione anticipata del debito su base volontaria o uno scambio con BTp di nuova emissione e pari durata. A conti fatti, il rimborso ai prezzi di mercato costerebbe allo stato oltre 2,2 miliardi, sebbene da qui al 2048 questi pagherebbe cedole per circa 370 punti base più basse all’anno. Nell’arco dei 28 anni, i risparmi netti per i contribuenti, tra cedole e capitale rimborsato, ammonterebbero a oltre 200 milioni, troppo pochi per giustificare un’operazione simile.

Oltre tutto, nell’immediato essa comporterebbe l’aumento del debito di quasi 850 milioni, mezzo decimale di pil.

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