Bond Messico a 100 anni in dollari ed euro, ecco rendimenti e rischi

Il Messico fu la prima economia dell'America Latina ad emettere un bond a 100 anni. Ne seguì un altro nel 2015, stavolta in euro. Vediamo quanto rendono e quali rischi comportano.

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Il Messico fu la prima economia dell'America Latina ad emettere un bond a 100 anni. Ne seguì un altro nel 2015, stavolta in euro. Vediamo quanto rendono e quali rischi comportano.

Gli analisti già parlano dei bond perpetui come il “new normal” dei mercati obbligazionari dopo il Coronavirus. Appannaggio quasi esclusivamente delle economie emergenti in cerca di capitali per consolidare i debiti sovrani, molto più raramente corporate, negli ultimi anni si sono affacciati a questo mercato anche emittenti molto solidi, come l’Austria, il Belgio e l’Irlanda. La storia di maggiore successo è della prima, mentre per gli altri due parliamo di collocamenti privati. Nei giorni scorsi, Vienna ha emesso un bond a 100 anni con rendimento dello 0,88%, registrando una domanda di otto volte superiore all’importo offerto.

Partenza super-sprint per il bond a 100 anni dell’Austria: tutti lo vogliono, perché?

Negli anni passati, altre grandi economie emergenti si sono approcciate ai titoli secolari. Una è stata l’Argentina nel 2017, solamente un anno prima di andare a gambe per aria per via della tempesta valutaria che l’ha travolta. L’altra è stata il Messico. Questi fu il primo stato latinoamericano nel 2010 ad avere raccolto capitali su una scadenza a 100 anni. Lo fece con un’emissione in dollari e cedola 5,75% per il bond 12 ottobre 2110 (ISIN: US91086QAZ19). Questo titolo ha avuto alti e bassi sul mercato secondario, con la relativa quotazione ad essere oscillata tra un minimo di 85 centesimi e un massimo di 130. Entrambi i valori sono stati paradossalmente toccati quest’anno a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro.

Infatti, prima che il Covid-19 si diffondesse fuori dall’Asia, gli investitori erano andati a caccia di titoli del mercato a reddito fisso per ripararsi dalle tensioni e i prezzi si erano oltremodo gonfiati. Il 5 marzo scorso, il suddetto bond arrivò a offrire un rendimento minimo del 4,38%.

Se lo raffrontassimo rispetto a meno di mezzo punto percentuale del rivale austriaco ci sembrerebbe ugualmente tanto, ma ricordiamoci che parliamo di un’economia emergente e neppure brillante per tassi di crescita. Rispetto ai minimi di marzo, il titolo ha guadagnato il 30% e ieri rendeva il 5,06%.

I rischi del bond secolari messicani

Nel 2015, sempre il Messico provò ad attirare capitali a lunghissimo termine con una nuova scadenza a 100 anni, stavolta denominata in euro. Il bond 15 marzo 2115 e cedola 4% (ISIN: XS1218289103) ha avuto i suoi minimi a inizio 2016, inizio 2017 e nel marzo scorso, tutti in area 80 centesimi. Il 24 febbraio scorso, invece, toccava il suo massimo storico a 125 e pari a un rendimento di poco inferiore al 3%. Ieri, la quotazione segnava +24% dai minimi di marzo, salita a 93 centesimi, mentre il rendimento si attestava al 4,38%, circa una settantina di punti base in meno rispetto alla scadenza in dollari, risentendo evidentemente delle aspettative di apprezzamento dell’euro per i prossimi anni.

Il rating del Messico è “investment grade” per un soffio, sostanzialmente quanto quello dell’Italia: “BBB” per S&P, “BBB-” per Fitch e “Baa1” per Moody’s. A parte l’emergenza Coronavirus, il paese è gravato da inefficienze pubbliche, che si ripercuotono negativamente sulla percezione che i mercati hanno del suo debito. Basti pensare a Pemex, il colosso petrolifero statale con oltre 100 miliardi di dollari di passività, che rischiano di ricadere sul bilancio dello stato, pesando per quasi il 10% del pil. Sia il rating sovrano che quello della compagnia sono esposti al rischio di “downgrade” delle agenzie a “junk” o “spazzatura”.

La caduta del Messico tra i debitori “spazzatura” è quasi scontata sui mercati

Rendimenti del 4-5% “a vita” oggigiorno appaiono impensabili. A meno di non temere il default, un pensiero a questi titoli non andrebbe negato. Serva d’insegnamento, però, la lezione dell’Argentina, che due anni dopo la fine del secondo default (pur solo tecnico) in 15 anni riusciva a galvanizzare i mercati con un’emissione a 100 anni e offrendo una cedola del 7,125%.

Adesso, questo titolo quota sotto i 40 centesimi e rientra tra quelli oggetto di ristrutturazione del debito pubblico estero, in corso di negoziazione con i creditori. Altri fattori di rischio sarebbero l’inflazione e l’implosione del tasso di cambio, quest’ultimo con riferimento al bond in dollari per noi dell’Eurozona. Esiste, infine, il pericolo di non riuscire a rivendere tempestivamente il bond nel caso di rialzo dei tassi e/o di fabbisogno finanziario, a causa della scarsa liquidità degli scambi.

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