Bond in lire turche, banche chiedono al governo più emissioni a 10 anni

Alle banche turche è stato chiesto dal governo di Ankara di acquistare più bond sovrani domestici. E i diretti interessati hanno risposto che desiderano maggiori emissioni decennali.

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Alle banche turche è stato chiesto dal governo di Ankara di acquistare più bond sovrani domestici. E i diretti interessati hanno risposto che desiderano maggiori emissioni decennali.

I capitali dalla Turchia continuano a defluire. Alla metà di maggio, la quota dei bond sovrani in lire turche in mano agli investitori esteri risultava scesa all’11,5%, nettamente meno del 15,3% di febbraio. Era al 26% alla fine del 2013, prima che le tensioni con le opposizioni dessero inizio a una svolta sgradita ai mercati della presidenza Erdogan. La minore domanda dall’estero sta impattando negativamente sui prezzi, impennando i rendimenti.

I decennali sono schizzati ormai stabilmente in prossimità del 19%, mentre i biennali si sono piantati da tempo in area 24,5%. Riflesso anche di un’inflazione ancora a poco meno del 20%, nonché di una lira che quest’anno ha perso un altro 14%, dopo il -28% accusato contro il dollaro nel 2018.

Così la Turchia sta lentamente imponendo controlli sui capitali 

E due banchieri, che hanno voluto rimanere anonimi, qualche giorno fa hanno riferito alla stampa straniera che il governo di Ankara avrebbe incontrato i dirigenti delle prime 12 banche turche, chiedendo loro a porte chiuse di mostrare maggiore interesse per i bond sovrani in lire. Sempre secondo tale resoconto, i banchieri presenti all’incontro avrebbero reagito con una contro-richiesta al governo, vale a dire di offrire sul mercato maggiori emissioni decennali, considerate più remunerative per loro.

La Turchia ha un rapporto debito/pil molto basso, inferiore al 30%; per questo non emette molti titoli di stato, anche se esistono alcune criticità che stanno impattando negativamente sui conti pubblici. Ad esempio, il costo medio ponderato dei bond in lire con cedola fissa è risultato in crescita al 18,9% nel primo trimestre, quando nel gennaio dello scorso anno era ancora del 12,8%. E il governo ha reagito all’esplosione dei rendimenti, accorciando le scadenze delle emissioni, dimezzatesi al contempo da 59,3 a 30,2 mesi. In altre parole, mediamente Ankara emette ormai bond di durata pari ad appena 2 anni e mezzo, contro quasi i 5 anni di inizio 2018. Anche questo aspetto contribuisce ad innalzare il rendimento delle scadenze più brevi.

Perché le banche chiedono più bond a lunga scadenza

L’ultima emissione a 10 anni risale ormai al luglio del 2018 e non risulta che ve ne sarà un’altra almeno fino al prossimo agosto.

Troppo poco per le banche turche, che sembrano disposte a dare una mano al governo, ma che giustamente pretendono anche di ricavarci qualcosa dall’operazione. In effetti, i biennali sono solo apparentemente più remunerativi dei decennali, ma con l’inflazione al 20% si tratta di un’allucinazione. Nel lungo periodo, infatti, la normalizzazione della crescita dei prezzi spingerebbe in alto i prezzi dei bond a più lunga scadenza, consentendo ai possessori anche di maturare plusvalenze potenzialmente elevate nel caso volessero disinvestire prima della data prevista per il rimborso. In ogni caso, porterebbero a casa un risultato assai interessante.

Bond in lire turche, rendimento a 6 mesi al 26% e sicuri

Investire in bond in lire turche comporta per un investitore estero l’assunzione di rischi crescenti negli ultimi tempi. Non solo bisogna fare i conti con un tasso di cambio volatile e in costante deprezzamento a doppia cifra contro le principali valute, ma il governo turco ci mette del suo per colpire la fiducia, mettendo in atto provvedimenti assai discutibili, come quando alla fine del marzo scorso per giorni bloccò la vendita di lire agli investitori stranieri, così da non consentire loro la chiusura di posizioni ribassiste sulla valuta. Pochi giorni fa, è stato sollecitato alle banche locali di regolare gli acquisti di dollari oltre quota 100.000 con un giorno di ritardo, mentre le vendite di lire turche sono tassate ora allo 0,1%. Un lento, ma progressivo controllo sui capitali, che non sfugge agli investitori esteri.

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