Bond Eurozona, quali effetti a breve e medio termine del Recovery Fund

Un accordo tra capi di stato e di governo europei sul Fondo per la ripresa avrebbe conseguenze per il mercato obbligazionario dell'Eurozona tutt'altro che scontate nel medio periodo. Vediamo perché.

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Un accordo tra capi di stato e di governo europei sul Fondo per la ripresa avrebbe conseguenze per il mercato obbligazionario dell'Eurozona tutt'altro che scontate nel medio periodo. Vediamo perché.

Cosa accadrebbe sui mercati obbligazionari dell’Eurozona nel caso di raggiungimento dell’accordo tra capi di stato e di governo UE sulla nascita del “Recovery Fund”? In attesa di verificare i dettagli di quella che verosimilmente sarà l’intesa definitiva, possiamo ben dire che si tratterebbe di una buona notizia per gli investitori, in quanto segnalerebbe loro la capacità dell’Eurozona, in particolare, di reagire alla crisi con strumenti nuovi e maggiormente efficaci per sostenere gli stati fiscalmente più in difficoltà, tra cui l’Italia.

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L’impatto di questo accordo, a suo modo “storico”, consisterebbe in un probabile restringimento degli spread, con i rendimenti tedeschi a salire e quelli italiani, in particolare, a scendere. Il maggiore ottimismo sulla ripresa economica nell’area ridurrebbe gli acquisti di Bund e stimolerebbe il ritorno all’appetito per il rischio, spingendo il mercato a guardare con più benevolenza ai BTp.

Tuttavia, l’accordo assumerebbe anche un altro significato: la BCE non verrebbe più lasciata sola nella battaglia campale contro la crisi e i suoi stimoli monetari, per quanto ancora necessari, diverrebbero un po’ meno indispensabili, o meglio, Francoforte non si vedrebbe costretta nei prossimi mesi a potenziarli per sopperire al deficit di politica fiscale comune nell’area. Si consideri, poi, che tutto quanto rinvigorisca l’ottimismo sulla ripresa generalmente comporti anche il surriscaldamento delle aspettative d’inflazione, le quali a loro volta trascinano i rendimenti sovrani e corporate al rialzo.

L’impatto a medio termine

In un certo senso, superata l’euforia per l’intesa, il mercato inizierebbe a scontare una politica monetaria futura meno accomodante, nel senso di rialzo dei tassi e riduzione/cessazione degli acquisti di bond meno lontani nel tempo di quanto sinora stimato.

Per i BTp, sarebbe un problema. Se è vero che tutti i bond rischiano di rivivere le aspettative di reflazione che iniziarono ad attecchire negli ultimi mesi del 2016 per via del miglioramento della congiuntura nell’Eurozona, d’altra parte i danni maggiori li subirebbero quelle economie meno pronte alla ripresa, più deboli fiscalmente e bisognose per questo di bassi tassi per rendere il debito quanto più sostenibile possibile.

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I mercati ragionano in prospettiva. Ad oggi, scontano una politica monetaria ultra-espansiva almeno fino a tutto l’anno prossimo. Ogni notizia che vada nel senso di rendere un po’ meno necessaria tale linea della BCE non farebbe che spostare gli investimenti dal comparto obbligazionario a quello azionario e, all’interno del primo, mettendo principalmente in difficoltà i titoli con rating più bassi ed emessi dagli stati con la congiuntura attesa più debole nel medio termine.

Si consideri, poi, che aiuti e prestiti del Recovery Fund non arriverebbero subito, per cui gli effetti di questo accordo sulla crescita si vedrebbero tra qualche anno, a fronte di emissioni nazionali di bond che li precederebbero per permetterne l’erogazione, accrescendo la pressione sul Tesoro, che già ha il suo bel da fare per rifinanziare l’elevato debito in scadenza e per colmare i grossi “buchi” di bilancio provocati dal Covid.

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