Bond emergenti in valute locali e forti, facciamo il punto

Perché i paesi emergenti emettono debito in valute forti, quali prospettive e com'è andata quest'anno con i bond denominati in valute locali?

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Come va con i bond emergenti?

Non è stato un buon anno questo 2021 per il mercato dei bond emergenti. In media, riporta il Financial Times, gli investitori che hanno acquistato titoli denominati in valute forti hanno ottenuto un guadagno virtuale di appena lo 0,3%, ma coloro che si sono avventurati tra i titoli denominati in valute locali le perdite sono state del 4,8%. Del resto, le valute emergenti nell’ultimo anno si sono indebolite mediamente del 3,1% contro il dollaro.

Per bond emergenti intendiamo i titoli del debito emessi da governi e aziende di paesi economicamente non ancora maturi come lo sono Nord America, Europa, Giappone e Australia e pochi altri. Parliamo di economie come Turchia, Cina, India, Russia, Brasile, Sudafrica, etc. Molto spesso, questi paesi emettono debito in valute forti (dollaro, euro, sterlina, etc.). Perché? Due sono le ragioni fondamentali. In primis, perché cercano di attingere ai mercati dei capitali più ricchi, dove i costi di emissione risultano generalmente di gran lunga inferiori. Secondariamente, non dispongono di capitali domestici abbondanti, dati i redditi ancora relativamente bassi e, di conseguenza, lo sono anche i risparmi.

Bond emergenti, prospettive a breve

Comprare bond emergenti in valute forti presenta vantaggi e rischi: si ottengono rendimenti più alti di quelli offerti sui mercati maturi, a fronte di un rischio di cambio basso o persino nullo. Per contro, gli emittenti possono accusare criticità finanziarie devastanti nel caso in cui le valute locali si deprezzassero eccessivamente contro quelle in cui si sono indebitati. Tanto per fare un esempio concreto, il crollo della lira turca non crea problemi solamente ai bond emessi in tale valuta, bensì pure alle aziende turche che hanno emesso bond in euro, dollari, etc.

, ma che si trovano adesso in difficoltà a onorare i prestiti con il maxi-deprezzamento. A meno che i loro ricavi non siano perlopiù maturati all’estero, per cui posseggono elevate entrate di valute forti.

La prospettiva del rialzo dei tassi USA nel 2022 fa male ai bond emergenti, colpendo le valute e facendo defluire capitali in direzione dell’America. Nei giorni scorsi, il Congresso ha approvato un piano infrastrutturale di 1.200 miliardi di dollari. Dovrebbe fare bene all’economia americana, ma per ciò stesso sta surriscaldando ulteriormente le aspettative d’inflazione, per cui anche il costo del denaro non potrà che salire più velocemente delle previsioni passate. In poche parole, i Treasuries attirano capitali dal resto del mondo e, soprattutto, dai mercati emergenti, dove gli spread salgono e i prezzi scendono.

Le banche centrali stanno limitando i danni, mostrandosi riluttanti a frenare la crescita alzando i tassi d’interesse. Peraltro, il Fondo Monetario Internazionale ha accresciuto di 650 miliardi di dollari i Diritti Speciali di Prelievo, a cui le economie più deboli potranno attingere per contrastare la pandemia. Ciò sta limitando le emissioni di bond emergenti, offrendo un minimo sostegno ai prezzi, malgrado la fase negativa.

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