Bond emergenti favoriti dalla svolta Fed sull’inflazione

Al simposio di Jackson Hole, il governatore americano ha prospettato una politica monetaria strutturalmente più espansiva per gli USA. Per i mercati emergenti, un'ottima notizia.

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Al simposio di Jackson Hole, il governatore americano ha prospettato una politica monetaria strutturalmente più espansiva per gli USA. Per i mercati emergenti, un'ottima notizia.

Il simposio delle banche centrali a Jackson Hole, nel Wyoming, è stato quest’anno l’occasione per segnalare una vera e propria svolta della Federal Reserve in politica monetaria. Il governatore Jerome Powell ha annunciato che l’istituto da lui presieduto d’ora in avanti si porrà come obiettivo “un tasso d’inflazione medio del 2%”, così da tenere in considerazione i lunghi periodi in cui esso è risultato inferiore e aggiungendo che allo scopo non saranno applicate complesse formule matematiche, perché il target sarà all’insegna della flessibilità.

Non è tutto, perché ci saranno novità anche con riferimento all’altro obiettivo della Fed: il mercato del lavoro. Resta il perseguimento alla massima occupazione compatibile con la stabilità dei prezzi, ma mentre sinora si è dovuto tenere conto delle “deviazioni” al ribasso e al rialzo da essa, d’ora in avanti la Fed dovrà contrastare solo i tassi di occupazione inferiori ai livelli massimi sostenibili.

In breve, questo significa che la banca centrale americana sarà strutturalmente più espansiva e per un periodo più lungo di quanto ad oggi previsto. Rispetto a quando interveniva per spegnere immediatamente l’accelerazione dell’inflazione sopra il 2% o quando il tasso di occupazione risultava superiore a quello massimo sostenibile, il quadro cambia drasticamente. Del resto, ormai l’inflazione non è più un vero problema per gli USA e le altre principali economie da diversi anni, vuoi per il rallentamento dei tassi di crescita del pil e della popolazione, vuoi per l’invecchiamento demografico, l’avanzamento tecnologico e la globalizzazione.

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L’impatto sui mercati emergenti

Dopo il discorso di ieri di Powell, i rendimenti americani sono saliti lunga la curva, con il decennale ad essersi portato dallo 0,69% allo 0,74% e il trentennale dall’1,41% all’1,50%.

Perché? Il mercato sta evidentemente scontando sia l’indebolimento del dollaro con una Fed più espansiva in politica monetaria, sia aspettative d’inflazione al rialzo. Ma questa svolta americana rappresenta un fatto positivo per i mercati emergenti nel medio-lungo periodo.

Anzitutto, perché essa implica la volontà di accettare un dollaro più debole e, per converso, le valute emergenti dovrebbero approfittarne per mostrarsi relativamente più forti nei prossimi mesi e anni. Secondariamente, l’accettazione di tassi d’inflazione più alti porterà la Fed a tenere i tassi d’interesse a livelli più bassi e più a lungo di quanto ad oggi immaginato. Questo dovrebbe sostenere gli afflussi dei capitali presso i mercati emergenti per via della caccia alla “yield” che si intensificherà. La maggiore domanda apprezzerà i bond e ne ridurrà i rendimenti, contenendo i costi di emissioni di stati, aziende e banche.

I rischi nell’immediato non mancheranno, però. Il surriscaldamento delle aspettative d’inflazione potrebbe spingere i rendimenti americani in deciso rialzo e questi, a loro volta, provocherebbero l’innalzamento anche presso tutte le altre economie, emergenti comprese. Nel medio-lungo termine, però, saremmo dinnanzi a uno scenario più favorevole agli investimenti in queste ultime, perché una politica monetaria più accomodante negli USA significherà tassi bassi e dollaro debole, ingredienti favorevoli ai mercati non maturi.

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