Bond Egitto appetibili con l’inflazione in calo, comprese le emissioni in dollari

Il mercato obbligazionario egiziano inizia a diventare molto appetibile per i capitali stranieri, specie dopo che il dato di maggio ha confermato il crescente "raffreddamento" dei prezzi.

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Il mercato obbligazionario egiziano inizia a diventare molto appetibile per i capitali stranieri, specie dopo che il dato di maggio ha confermato il crescente

L’impatto del Coronavirus sull’economia egiziana si fa sentire, specie considerando che una delle principale risorse del paese sia il turismo, il settore più in ginocchio nel mondo per via sia dei “lockdown” imposti dai governi, sia della minore propensione a muoversi delle persone a crisi sanitaria ancora in corso. Ciò non toglie che il mercato obbligazionario locale sia diventato abbastanza appetibile, dato che gli investitori, in un certo senso, avrebbero come iper-scontato le negatività di questa fase. Ieri, il dato sull’inflazione a maggio in Egitto è risultato in calo al 4,70%, confermando il processo di disinflazione dopo l’interruzione dei mesi scorsi.

I tassi della banca centrale restano ad oggi fissati al 9,25%, un livello che inizia ad apparire elevato rispetto all’inflazione. In termini reali, giacciono sopra il 4,50%, nettamente sopra la media dei mercati emergenti. Considerando, poi, che la lira egiziana si sia mantenuta stabile quest’anno (-0,9% da inizio 2020), l’istituto avrebbe modo di tagliare i tassi senza colpire il cambio, il quale da metà maggio ha perso circa il 4% sulle tensioni relative alla crisi economica. Ma anche in questo caso sono arrivate buone notizie: Il Cairo è riuscito a garantirsi un prestito dal Fondo Monetario Internazionale per 2,77 miliardi e a trattare su 5,2 miliardi per 12 mesi.

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Margini di crescita

Il mercato non sembra ancora avere tenuto conto di questi segnali positivi, se è vero che il rendimento a 10 anni è salito quest’anno di 60 punti base e sopra al 14,30%, mentre si è ridotto quello a 2 anni di 110 bp al 13,15%, pur sempre nettamente sopra il livello dei tassi d’interesse.

In termini reali, il decennale, che in teoria rifletterebbe maggiormente le aspettative d’inflazione, è schizzato dal 6,50% al 9,60%. Fin troppo per un mercato emergente, che disporrebbe di margini concreti di riduzione dei tassi e che non sarebbe sull’orlo di una crisi fiscale, grazie al buon rapporto con l’FMI.

Le stesse emissioni in dollari USA appaiono allettanti. Il bond aprile 2030 e cedola 5,625% (ISIN: XS1807305328) offre oltre il 7,20%, quello con scadenza gennaio 2027 e cedola 8,50% (ISIN: XS1558078496) più dell’8,60%. Parliamo rispettivamente di 640 e quasi 710 punti base in più rispetto ai Treasuries di pari durata. Naturale che gli investitori adocchino questi bond, dati i rendimenti sostanzialmente nulli o già nominalmente negativi imperanti sui mercati avanzati. A meno che non fiutassero un rischio di cambio in aumento per i bond in lire o riserve valutarie insufficienti per quelli denominati in divise forti, difficile ignorare l’Egitto, specie con la ripresa dei flussi turistici, che tra qualche mese avrebbe effetti di sollievo sull’economia nordafricana.

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