Bond Ecuador, reazione mista al caos elettorale: cosa succede nel paese sudamericano

Caos dopo il primo turno delle elezioni presidenziali. Il vincitore socialista cerca di rassicurare i mercati e ammorbidisce i toni.

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Ecuador, bond su e giù dopo il primo turno delle elezioni presidenziali

Non ci sarà il riconteggio dei voti chiesto dal candidato ambientalista Yanu Perez. La commissione elettorale ha comunicato mercoledì scorso che si pronuncerà sull’esito del primo turno delle elezioni presidenziali solo quando saranno scrutinate le ultime schede e, comunque, non ha accettato la richiesta che avrebbe riguardato oltre la metà dei voti espressi domenica 7 febbraio. Al 99,93% dello scrutinio, il candidato socialista Andrés Arauz è in testa con il 32,7%, seguito a lunga distanza dal conservatore Guillermo Lasso al 19,7% e da Perez con il 19,4%.

A questo punto, salvo sorprese, sembra molto probabile che il ballottaggio dell’11 aprile si terrà tra Arauz e Lasso. E per il socialista sarebbe probabilmente lo scenario migliore, dato che dalla sua potrà avere il sostegno proprio del terzo arrivato e della sinistra di Xavier Hervas, vera sorpresa di queste elezioni con oltre il 16% dei consensi ottenuto. Nel tentativo di rassicurare gli investitori, Arauz ha garantito certezze legali agli obbligazionisti e ha aperto ai capitali stranieri in industrie come le telecomunicazioni e l’agricoltura. Ha ribadito, poi, che non metterà in dubbio la dollarizzazione dell’Ecuador e che cercherà di trovare termini più favorevoli con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) sui prestiti ottenuti da Quito nel 2020. Il suo staff ha confermato che il candidato socialista ha incontrato proprio nei giorni scorsi i dirigenti dell’istituto.

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Le politiche controverse di Arauz

Dalla seduta immediatamente precedente alle elezioni, i titoli di stato dell’Ecuador hanno perso parecchio. Il bond 31 luglio 2030 e cedola 0,5% (ISIN: XS2214237807) cede il 9%, la scadenza luglio 2035 e cedola 0,5% (ISIN: XS2214238953) l’8% e quella luglio 2040 e cedola 0,5% (ISIN: XS2214239175) ben l’11,5%.

Tuttavia, nella seduta di mercoledì ripiegavano rispettivamente dello 0,6% e del 3,15% i bond 2030 e 2035, mentre il 2040 segnava un rialzo del 5%.

Il mercato è diviso tra il timore di un’ennesima ristrutturazione del debito sovrano e la speranza che le posizioni di Arauz, nel caso molto probabile di vittoria, si ammorbidiscano rispetto a quelle esternate fino a poche settimane fa in campagna elettorale. Lo scorso luglio, l’Ecuador ha rinegoziato 17,4 miliardi di dollari di debito, un terzo del totale. In cambio, ha ricevuto uno stanziamento di 6,5 miliardi da parte dell’FMI, di cui 4,4 miliardi già erogati. Ma questi prestiti richiedono che il paese risani i conti pubblici per 5,5 punti di PIL entro il 2025 e che faccia riforme strutturali. Si è trattato del secondo default in una dozzina di anni. Il precedente risaliva al 2008, anno in cui il presidente Rafael Correa sospese i pagamenti su oltre 3 miliardi di dollari. E Correa, in auto-esilio all’estero per via di una condanna per corruzione, è il mentore politico del 36-enne socialista.

Con una storia recente così problematica alle spalle, ci sarebbe da stare poco tranquilli. Anche perché Arauz ha confermato la promessa di elargire 1.000 dollari per 1 milione di famiglie più povere, attingendo a 1 miliardo delle riserve valutarie, quando già l’Ecuador è gravato da problemi di competitività a causa della dollarizzazione della sua economia, i quali si riflettono proprio sul livello delle riserve. Esse rappresentano la garanzia principale per gli investitori circa la sostenibilità dei pagamenti. D’altra parte, il 40% delle esportazioni del paese è costituito da prodotti petroliferi, la cui ripresa dei prezzi dovrebbe migliorare la bilancia commerciale e impattare positivamente proprio sulle riserve.

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