Bond Cina, altri possibili guadagni dall’inclusione nell’FTSE Russell

Mercato sovrano cinese possibile meta di abbondanti capitali esteri nei prossimi mesi. Ecco perché potrebbe valere la scommessa.

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Mercato sovrano cinese possibile meta di abbondanti capitali esteri nei prossimi mesi. Ecco perché potrebbe valere la scommessa.

In circa tre mesi e mezzo, lo yuan ha guadagnato il 6% contro il dollaro, con il tasso di cambio ad essersi portato sotto 6,80. Nel frattempo, però, i rendimenti sovrani lungo la curva sono saliti, segno che l’afflusso dei capitali non si sia riversato sui bond. Lo scenario dovrebbe mutare presto, però, perché l’indice FTSE Russell sarebbe in procinto di includere i titoli di stato cinesi nel suo paniere. Sarebbe un fatto molto rilevante, perché Pechino sarebbe in grado di attirare altri 140 miliardi di dollari.

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La stima è di Morgan Stanley, secondo cui i bond cinesi avrebbero un peso nell’indice del 5,7% nel paniere, inferiore al 6% della Germania, al 7,3% dell’Italia, all’8,2% della Francia, al 16,7% del Giappone e al 33,8% degli USA. Considerando che l’intero indice ammonti a un controvalore di 2.500 miliardi, ecco il dato dei 140 miliardi a favore del mercato cinese. L’afflusso non avverrebbe in un attimo, ma impiegherebbe 20 mesi per realizzarsi, tanti quanti sarebbero eventualmente quelli che il provider si prenderebbe per aumentare gradualmente la quota spettante alla Cina. Dunque, assisteremmo all’ingresso dei capitali esteri per 7 miliardi al mese.

Già nell’aprile del 2019, il Bloomberg Barclays Global Aggregate Index iniziò la fase di 20 mesi per l’inclusione delle obbligazioni cinesi, mentre JP Morgan l’ha avviata nel febbraio scorso per il suo Government Bond Index Emerging Markets in 10 mesi.

Fattore cambio

Morgan Stanley stima al 60-70% le probabilità che avvenga adesso l’inclusione dei bond cinesi nell’FTSE Russell. Sarebbe un’ulteriore grossa opportunità per il mercato sovrano di Pechino e gli stessi investitori che volessero esporsi ad esso, pur non direttamente.

L’inserimento negli indici consente, infatti, di investire su un dato mercato senza comprarne direttamente gli assets, riducendo tempi, costi e fatica nello scegliere gli strumenti. Per l’emittente, la possibilità di usufruire di capitali massivi, a beneficio della liquidità degli scambi, che a sua volta attira altri investitori.

Si consideri che attualmente lo spread tra il rendimento decennale sovrano cinese e quello americano si aggira nell’ordine dei 245 punti base, ai massimi da inizio millennio. Questo differenziale sarebbe di per sé in grado di attirare capitali dagli USA verso la Cina, finendo per abbassare i rendimenti cinesi e per rafforzare lo yuan contro il dollaro. Volendo, non dispiacerebbe affatto all’amministrazione americana, che con Donald Trump da anni accusa Pechino di tenere il cambio sottovalutato per “fregare” l’America nei commerci. E l’allentamento delle tensioni tra le due superpotenze gioverebbe a sua volta ai titoli del debito cinesi.

Per chi oggi possedesse titoli di stato emessi da Pechino, la possibilità di portare a casa lauti guadagni entro pochi mesi. Da un lato, i prezzi salirebbero per effetto degli afflussi dei capitali con l’inserimento nell’indice, dall’altro si rafforzerebbe il cambio, aumentando il valore dei titoli all’atto del disinvestimento anticipato o alla scadenza. Peraltro, l’economia cinese dovrebbe uscire relativamente meglio delle altre grandi del pianeta dalla grave crisi provocata dalla pandemia, crescendo pur sempre di un 2% nel 2020. Anche questo motivo induce a pensare che l’outlook per il suo mercato sovrano possa migliorare.

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