Bond bancari subordinati: rimborsi sì, ma deve il giudice deve accertare la truffa per la UE

Le obbligazioni subordinate non possono essere rimborsate automaticamente, secondo la Commissione europea. La truffa deve essere accertata dal giudice e, in molti casi, appare difficile dimostrarlo.

di , pubblicato il
Le obbligazioni subordinate non possono essere rimborsate automaticamente, secondo la Commissione europea. La truffa deve essere accertata dal giudice e, in molti casi, appare difficile dimostrarlo.

Il commissario europeo alla Concorrenza, Margrethe Vestager, ha aperto all’ipotesi che lo stato possa rimborsare quanti abbiano acquistato prodotti finanziari dalle banche senza una corretta informazione e ne siano rimasti vittime, a patto che il “misselling” venga accertato da una terza parte, vale a dire dal giudice. Dunque, una risposta agrodolce è arrivata ieri dal commissario in visita nel nostro Paese per le migliaia di piccoli investitori, che si considerano truffati dalle banche.

Il governo ha stanziato 525 milioni di euro per offrire ristoro pari al 30% del valore delle azioni e al 95% delle obbligazioni subordinate delle banche poste in liquidazione coatta amministrazione dopo il 16 novembre del 2015 (data di recepimento della direttiva europea sul “bail-in”) e prima dell’1 gennaio 2018, fino a un massimo di 100.000 euro.

Obbligazioni bancarie in Italia in crisi costante

Volendo essere sinceri, Bruxelles stavolta avrebbe ragione. Se lo stato intende rimborsare con denari pubblici gli investitori caduti in trappola, spiega la Margrethe, bisogna distinguere, perché “se sei un investitore istruito e sai i rischi che corri, è una cosa completamente diversa”. In sostanza, non si può per legge stabilire che una intera categoria di investitori sia stata truffata, in quanto bisognerebbe valutare caso per caso. E qui viene il difficile, perché la truffa deve essere accertata giudizialmente, con annesse condanne a carico dei truffatori, vale a dire lo sportellista di turno e le banche, che avrebbero convinto i clienti a investire in prodotti spacciati per diversi da quello che si sono rivelati.

Sui bond subordinati non fu solo truffa

La realtà dei fatti è più complessa di come ce la raccontiamo da tempo e rappresenta uno spaccato piuttosto indicativo dell’Italia. Se le banche hanno venduto prodotti in modalità truffaldina, come le loro stesse azioni nel caso accertato delle pratiche deplorevoli accertate per la Popolare di Vicenza sui cosiddetti “prestiti baciati”, è un conto; che lo abbiano fatto spesso in conflitto d’interesse è un altro paio di maniche; che abbiano tratto in inganno la clientela, è un’altra cosa ancora. Quand’anche una banca abbia rifilato al cliente una sua obbligazione subordinata, dove starebbe la truffa propriamente detta? Sarebbe un palese conflitto d’interesse, certamente, ma questo non implica anche il reato di truffa, che a rigore sarebbe stato commesso davvero assai raramente.

Semmai, c’è stata superficialità, ma da entrambe le parti.

I governi, non sapendo come rispondere alle richieste dei risparmiatori, la buttano in caciara. Non solo quello “giallo-verde”, che tagliando la testa al toro, ha stabilito praticamente per decreto che truffa è stata quasi sempre, bensì pure quello guidato da Matteo Renzi, che per farsi perdonare la faciloneria con cui aveva posto in risoluzione le quattro banche a fine 2015 (Banca Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti), nella primavera successiva varava un decreto a dir poco dubbio, secondo cui il ristoro offerto risultava automatico per quanti avessero dichiarato per l’anno precedente redditi fino a 35.000 euro e risultassero in possesso di un patrimonio immobiliare fino a 100.000 euro. In sostanza, il reato di truffa è stato legato alle condizioni reddituali e patrimoniali del piccolo investitore.

La scarsa cultura finanziaria in Italia

La verità sarebbe molto più semplice: molti italiani hanno avuto la sfortuna di investire il proprio denaro nella banca sbagliata e al momento sbagliato, così come forse la gran parte dei loro connazionali fanno quotidianamente, per fortuna senza significative conseguenze. Le obbligazioni subordinate, aldilà delle specificità negative apportate dal “bail-in”, sono da sempre prodotti ad alto rischio e che andrebbero valutati con cura prima di acquistarli, per via delle conseguenze serie a cui espongono. Eppure, molte famiglie le hanno acquistate per il semplice fatto che l’amico allo sportello avesse loro suggerito l’apparente affare della vita. Ciò segnala non solo l’atteggiamento maldestro delle banche, quanto la furbizia mista a ignoranza e ingenuità di molti improvvisati investitori, che credono ancora di essere ai tempi dei BoT dai rendimenti a due cifre, quando si portavano a casa remunerazioni da finanzieri incalliti, in breve tempo e puntando su titoli praticamente sicuri.

Molti di noi non sono mai usciti da quell’ottica un po’ romantica, un po’ sprovveduta dei rendimenti facili a rischio zero e addossano le colpe a chicchessia, pur di non ammettere di averla combinata grossa.

Meritano rispetto tutti coloro che hanno perso in parte o del tutto i loro risparmi, frutto di sacrifici di una vita. Ma questo non c’entra sempre e automaticamente con la truffa, ci interroga più che altro sull’urgenza di innalzare la cultura finanziaria piuttosto scadente nel nostro Paese, come da statistiche internazionali. E l’episodio della truffa (questa sì, accertata) sui diamanti lo dimostra. Alcuni italiani avevano pensato bene di buttarsi nelle pietre preziose per mettere a frutto i loro guadagni in anni di tassi azzerati e sono caduti in un’imboscata tesa loro dalle stesse banche collocatrici, che in combutta con il venditore hanno lucrato a doppia cifra da prodotti segnalati a quotazioni gonfiate fino al doppio o triplo del loro valore reale di mercato.

Investire in diamanti: qualche accorgimento per non sbagliare

Qui, la truffa si è rivelata tale, ma alla base vi è stata la stessa imprudenza dei clienti, i quali hanno con ogni probabilità confuso l’investimento in diamanti con quello tipico in oro, mentre i due mercati hanno caratteristiche profondamente differenti e tali per cui puntare sul primo non si rivela un’operazione saggia per chi confidasse di lucrare dall’aumento delle quotazioni nel tempo, trattandosi di un mercato non liquido. Il migliore modo per non farsi spennare consiste nel non essere polli e nel non apparire nemmeno tali. Serve investire, anzitutto, su prodotti che si conoscano, che si capiscano senza troppe difficoltà e che il cui rendimento non dipenda da variabili aleatorie. Lasciamo che i finanzieri facciano il loro lavoro e limitiamoci a rischiare quel poco che possiamo permetterci, anche a costo di lucrare quella miseria che ci offrono. Altrimenti, inutile pretendere che altri ci vengano a salvare dalla nostra sprovvedutezza. E’ difficile ammettere un fallimento e si vuole farlo ricadere su tutti gli altri.

[email protected] 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: ,