Bond Argentina, paura per terzo default ma Jp Morgan non ci crede

Giudici supremi americani riuniti a porte chiuse da ieri per esaminare il ricorso della presidenta argentina Kirchner contro le sentenze di primo e secondo grado sui bond. Salgono i Cds

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Giudici supremi americani riuniti a porte chiuse da ieri per esaminare il ricorso della presidenta argentina Kirchner contro le sentenze di primo e secondo grado sui bond. Salgono i Cds

I giudici della Corte Suprema USA sono riuniti da ieri per esaminare il ricorso presentato dalla presidenta argentina Cristina Kirchner contro le sentenze della corte di New York, che hanno accolto le richieste dei fondi che non aderirono alle ristrutturazioni del debito del 2005 e del 2010, ma che avevano chiesto lo stesso di essere rimborsati. Si tratta del 7% dei creditori, ma metterebbero in crisi Buenos Aires, che potrebbe essere costretta al pagamento dei bond anche in loro favore, gravando per 1,3 miliardi di euro sulle sue casse, con il rischio di dovere dichiarare default per la terza volta dal 1992 e dopo l’ultimo fallimento da 100 miliardi di dollari del 2001.

 

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Obbligazioni Argentina: per la presidenta si attendono settimane calde

La decisione della Corte è attesa a breve, forse anche nella giornata di oggi. L’Argentina deve, infatti, provvedere al pagamento di 42 milioni di dollari in interessi sul bond 2017 in data 2 dicembre e il 31 dicembre prossimo dovrà staccare una cedola da 496 milioni per il bond 2033.

La Corte di Appello di New York, confermando la sentenza di primo grado, ha inibito il pagamento delle cedole in favore degli obbligazionisti ristrutturati, qualora il governo argentino non proceda anche al pagamento degli interessi per i creditori insoddisfatti.

Eppure, JP Morgan ha accresciuto la quota di bond argentini nel suo portafoglio da 229 miliardi di dollari, dedicato ai mercati emergenti. Secondo la banca d’affari americana, i titoli di stato argentini dovrebbero essere acquistati, anche se non si tratterebbe di un investimento a lungo termine.

 

Default Argentina: le indicazioni sono contrastanti

E pare che la pensino così molti investitori, allettati dai rendimenti molto appetibili garantiti da Buenos Aires, pur in presenza di un concreto rischio default. Ma rendimenti vicini al 13% compenserebbero tale rischio, a maggior ragione che la politica dei tassi zero delle economie avanzate ha annullato qualsiasi rendimento, spingendo i mercati ad assumersi anche rischi rilevanti, pur di aspirare a una remunerazione maggiore del capitale.

Il bond con scadenza 2033 viene prezzato a 0,66, il massimo da due mesi e il 13,4% in più su base mensile. Non siamo ancora allo 0,80 delle quotazioni precedenti alla prima sentenza di New York dell’ottobre 2012, ma la risalita c’è stata, se si pensa che già nel novembre del 2012, il titolo era crollato a 60 centesimi.

E così, JP Morgan ha acquistato 4 milioni di bond argentini in più a settembre e lo stesso ha fatto anche il fondo SW Asset Management. E Diego Ferro, co-chief investment officer della Greylock Capital Management LLCC, che sovrintende a un portafoglio di 700 milioni di dollari, spiega di avere acquistato nuovo debito pubblico argentino nel mese di settembre, perché se si vuole ottenere qualche rendimento importante non si può che puntare sui paesi a rischio, come Egitto, Venezuela e, appunto, Argentina. Anche ACP Securities rivela di avere acquistato a settembre bond 2033 di Buenos Aires.

Ma il mercato sta preferendo anche coprirsi dai rischi. Ieri, i credit default swaps, i titoli che assicurano dal rischio fallimento, sono saliti a 2.300 punti base per i Tango bond, in attesa che arrivi il pronunciamento della Corte Suprema americana.

Oltre al rischio default, l’Argentina sembra dovere fronteggiare il pericolo di una gravissima crisi valutaria, se si pensa che quest’anno le sue riserve in dollari, utilizzate per pagare i creditori stranieri e per le importazioni, sono crollate del 19% a 35 miliardi. Tanto che il governo ha imposto misure restrittive alle esportazioni di capitali e per il cambio.

JP Morgan o meno, lasciamo che sia la grande finanza a speculare sui bond argentini. Vero è che la possibile sconfitta della presidenta Kirchner alle elezioni del 27 di ottobre potrebbe aprire uno scenario più favorevole agli investitori stranieri, grazie alla formazione di un governo più “market-friendly” e allo sbarramento della strada per una riforma costituzionale che le consentirebbe di ricandidarsi per la terza volta di fila nel 2015. Ma i guai creati fin qui da anni di populismo esasperato della presidenta non potranno essere superati solo con buone intenzioni. Il baratro per Buenos Aires è vicino e i Tango bond sono peggio dei titoli tossici.

 

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Argomenti: Macroeconomia, Mercati Emergenti, Bond Argentina, Titoli di Stato Italiani

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