Bond Argentina, nuova offerta in stile Piano Brady e trattative estese fino a venerdì

I creditori dell'Argentina avranno tempo fino almeno tutta questa settimana per trovare un accordo con il governo sulla ristrutturazione del debito sovrano. Posizioni più vicine dopo la nuova offerta di Buenos Aires.

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I creditori dell'Argentina avranno tempo fino almeno tutta questa settimana per trovare un accordo con il governo sulla ristrutturazione del debito sovrano. Posizioni più vicine dopo la nuova offerta di Buenos Aires.

Chiusura positiva per bond argentini e indice azionario Merval, venerdì scorso. I primi hanno registrato una crescita media dello 0,9%, il secondo ha segnato +4% sulla notizia dell’estensione “almeno” fino a questo venerdì 19 giugno del termine ultimo fissato dal governo per trovare un accordo con i creditori sulla ristrutturazione del debito sovrano emesso sui mercati internazionali per circa 66 miliardi di dollari. Per l’ennesima volta, l’ultimatum è slittato, anche perché la nuova offerta del governo avrebbe avvicinato le posizioni tra le parti. In aprile, la prima proposta prevedeva il taglio del 62% delle cedole e del 5,4% del capitale per risparmi rispettivamente attesi pari a 37,9 e 3,6 miliardi, oltre a un periodo di grazia di due anni abbondanti.

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I termini della nuova offerta non sono stati resi noti, in quanto presentati ai gruppi dei creditori in maniera riservata. Ad ogni modo, nelle scorse settimane si era vociferato di un accorciamento di un anno delle scadenze principali per i bond di nuova emissione, oltre che dello stesso periodo di grazia, nonché di un aumento delle cedole rispetto al 2,30% della prima offerta. E sul finire della scorsa settimana è emerso anche che le cedole potrebbero venire agganciate alle esportazioni agricole, le principali per l’Argentina, così da legarne l’entità all’andamento dell’economia emergente.

In precedenza, il ministro delle Finanze, Martin Guzman, aveva proposto cedole agganciate al pil, ma non si era registrata alcuna presa di posizione favorevole tra gli obbligazionisti, date le attese negative sull’andamento di questo indicatore macro per i prossimi anni. L’aggancio alle esportazioni agricole avrebbe anche il pregio di legare i pagamenti delle obbligazioni in dollari almeno in parte all’afflusso di valuta pesante nel paese sudamericano.

Un simile accordo venne sottoscritto negli anni Novanta con il famoso Piano Brady, che legò i pagamenti dei bond alle esportazioni petrolifere di Nigeria, Messico e Venezuela.

Il fronte con l’FMI

L’Argentina effettivamente ha un problema di riserve valutarie, il cui ammontare attuale è di soli 43 miliardi, di cui appena 10 sarebbero prontamente disponibili. La nuova proposta di Buenos Aires starebbe trovando consensi tra i membri di Exchange Bondholder Group, detentore di oltre il 16% delle obbligazioni soggette alla ristrutturazione e di cui fanno parte, tra gli altri, Monarch Alternative Capital, HBK Capital e Cyrus. Più vicine anche le posizioni del Comitato dei Creditori, di cui fa parte Greylock Capital. Restano più distanti le posizioni di Ad Hoc Bondholder Group, di cui fanno parte gestori come Alliance Bernstein, Amundi, Ashmore, BlackRock, Blue Bay, Fidelity, T.Rowe Price, Western Asset Management e Wellington.

I titoli oggetto di ristrutturazione sono solo una parte del debito pubblico complessivo dell’Argentina, pari a 324 miliardi di dollari, circa il 90% del pil. Di questi, 44 miliardi sono le esposizioni verso il Fondo Monetario Internazionale, con il quale si è aperto un secondo fronte di trattativa, strettamente intrecciato a quello in corso con gli obbligazionisti privati, dato che l’istituto non si mostra intenzionato a subire modifiche rilevanti all’accordo del 2018, a meno che questi non subiscano perdite consistenti, rendendo il debito argentino “sostenibile” nel medio-lungo termine. Dopo il mancato pagamento di un bond da 500 milioni a maggio, ufficialmente Buenos Aires ha fatto scattare il nono default della sua storia indipendente di poco più di 200 anni.

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