Bond Aramco, questione di rating: ecco il possibile rendimento del colosso petrolifero saudita

L'obbligazione di Aramco sconterà la tripla A o il giudizio delle agenzie di rating sarà meno lusinghiero? E quale rendimento dovremmo attenderci?

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L'obbligazione di Aramco sconterà la tripla A o il giudizio delle agenzie di rating sarà meno lusinghiero? E quale rendimento dovremmo attenderci?

A gennaio, il colosso petrolifero statale saudita Aramco ha annunciato che si rivolgerà al mercato dei capitali con l’emissione di un bond in dollari USA per almeno 10 miliardi, al fine di finanziare l’acquisizione da 70 miliardi di SEBIC, il gigante petrolchimico e anch’esso saudita. Tuttavia, il ministro dell’Energia, Khalid al-Falih, ha nelle scorse settimane smentito che l’emissione obbligazionaria sia legata all’acquisizione.

Sarà, ma poco importa, perché la questione per il ceo Amin Nasser è diventata un’altra: quale rating verrà assegnato ad Aramco? In teoria, trattandosi della principale compagnia petrolifera del mondo, con estrazioni quotidiane nell’ordine dei 10,5 milioni di barili e con riserve disponibili accertate per 268 miliardi di barili, vi sarebbero tutti gli estremi per puntare alla tripla A. Questo è il giudizio che Moody’s riserva ad oggi per l’americana Exxon, anche se S&P valuta il suo debito un gradino più basso, ossia “AA+”.

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Il rating, come sappiamo influisce sul rendimento, in quanto segnala al mercato il potenziale grado di rischio dell’investimento. E per Aramco sorge un problema non di poco conto, in quanto il giudizio sovrano riservato alle emissioni in valuta estera dell’Arabia Saudita è di “A1” per Moody’s, “A-” per S&P e “A+” per Fitch. Parliamo di 4-6 gradini più in basso rispetto alla tripla A e appare molto difficile che una società statale riesca a godere di un rating notevolmente superiore a quello sovrano, quando solitamente gli istituti sono soliti giudicare le entità controllate dallo stato al massimo alla pari o di poco inferiori ai debiti sovrani.

Quale rating al bond Aramco?

Per questo, sembra che Aramco possa ambire realisticamente a una “A-“, seguendo la classificazione di S&P, il gradino più basso riservato alle emissioni più solide. Janelle Woodward, a capo di BMO Global Asset Management, ritiene che ciò si tradurrà in un rendimento di 20-30 punti base superiore a quello esibito dal debito sovrano saudita di pari scadenza.

Sul punto, dobbiamo ammettere che una facile valutazione non sia possibile, perché Riad ha smesso di emettere bond a medio-lungo termine nel 2007 e solo di recente è tornata sul mercato con nuove emissioni, per cui non disponiamo una vera curva delle scadenze saudita. Sappiamo che il suo debito pubblico supera di poco gli 80 miliardi di dollari, di cui i tre quarti contratto in dollari e a fronte del quale dispone di riserve in valuta estera per quasi 500 miliardi di dollari, pur in calo dai quasi 745 miliardi toccati nel settembre 2014, frutto dei proventi del petrolio, oculatamente gestiti.

Se Aramco emettesse un decennale, dovrebbe confrontarsi con il bond sovrano aprile 2029, cedola 4,375% ed emesso anch’esso in dollari, il quale attualmente rende il 4,2%. Verosimilmente, alle attuali condizioni di mercato, dovrebbe offrire agli investitori qualcosa come poco meno o pari al 4,5%. Se, invece, puntasse sul lunghissimo periodo, il confronto possibile sarebbe con il trentennale di Riad, scadenza 16 gennaio 2050, cedola 5,25% e rendimento 5%. Viceversa, se intendesse emettere un bond con scadenza più corta, esiste il potenziale confronto con un’altra entità statale, la Saudi Electricity Company, il cui sukuk con scadenza aprile 2023 e cedola 3,4730% rende oggi il 3,8%.

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Considerando che si tratterebbe di acquistare un titolo assimilabile in tutto e per tutto a un titolo di stato e tenendo conto che il quinquennale italiano rende oggi l’1,7%, l’investimento appare allettante, anche se il rischio cambio esiste, essendo un bond denominato in dollari USA. Affinché l’operazione non ci infligga perdite, sarebbe necessario che il cambio euro-dollaro da qui a 5 anni non salisse nei pressi di 1,26, cosa non solo assai probabile, ma verosimile che riesca ad attestarsi su livelli superiori, data la necessità per la BCE nei prossimi anni di alzare i tassi, riducendo le distanze con la Federal Reserve. Si potrebbe sempre disinvestire prima della scadenza, man mano che il cambio euro-dollaro sale, sperando che per allora la quotazione del bond non arretri. E ciò accadrebbe con ogni probabilità nel caso di condizioni avverse sul mercato del petrolio, anche se in quel caso anche l’euro potrebbe rinviare i suoi guadagni contro il dollaro, essendo necessaria realisticamente una politica monetaria più espansiva per reagire alla bassa inflazione; sempre che non faccia lo stesso la Fed, nel quale caso il cambio potrebbe mantenersi più o meno stabile.

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