Bond a 50 anni al 3%, la crisi del petrolio crea opportunità di guadagni

Nuova emissione in dollari e in tre tranche per Abu Dhabi, che corre così ai ripari contro le basse quotazioni del greggio. E il collocamento di aprile ha fruttato fino al 25%.

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Nuova emissione in dollari e in tre tranche per Abu Dhabi, che corre così ai ripari contro le basse quotazioni del greggio. E il collocamento di aprile ha fruttato fino al 25%.

Abu Dhabi starebbe tornando sui mercati internazionali con l’emissione di un nuovo bond in dollari suddiviso in tre tranche a 3, 10,5 e 50 anni. L’ultimo collocamento risale al mese di aprile, quando l’emirato del Golfo Persico raccolse 7 miliardi e ottenne un grosso successo di domanda per le sue tranche a 5, 10 e 30 anni. Il mese successivo vi fu la riapertura con altri 3 miliardi raccolti. Adesso, stando ad alcune indiscrezioni non ufficiali, si accingerebbe ad emettere, quindi, una tranche a 50 anni con cedola fissa del 3%. Il triennale offrirebbe 95 punti base in più dell’omologo Treasury e la scadenza marzo 2031 sui +135 bp, cioè rispettivamente qualcosa come oltre l’1,10% e il 2%.

Abu Dhabi chiude con successo l’emissione riaperta in aprile, boom di ordini

Tornando alle ultime emissioni, abbiamo che il quinquennale in scadenza il 16 aprile 2025 e cedola 2,50% (ISIN: XS2125308085) si acquista oggi a 106, per cui offre un rendimento dell’1,14%. Dal suo debutto sul mercato secondario, ha messo a segno un rialzo del 4,6%. Il decennale 16 aprile 2030 e cedola 3,125% (ISIN: XS2125308168) si acquista, invece, a oltre 112,50 e rende l’1,62%, anche in questo caso molto meno della cedola, dato l’apprezzamento del 9,5% dall’inizio delle negoziazioni. Infine, il trentennale 16 aprile 2050 e cedola 3,875% (ISIN: XS2125308242) si acquista sopra 124 e offre un rendimento del 2,40%. Dallo sbarco sul secondario, guadagna quasi il 23%.

Debito sovrano dell’emirato molto solido

Da questi numeri, notiamo come un tasso del 3% per il titolo a 50 anni sarebbe del tutto coerente con la curva dell’emirato. Parliamo di finanze statali assai solide, con un rapporto debito/pil del 12% e una posizione finanziaria netta con l’estero attiva per il 200%. Gli Emirati Arabi Uniti nel loro complesso raramente chiudono un bilancio in deficit, ma il tonfo delle quotazioni sta colpendo i suoi conti pubblici.

Il Brent quota oggi sopra 45 dollari al barile, ma stando ai calcoli del Fondo Monetario Internazionale, Abu Dhabi avrebbe bisogno di prezzi intorno ai 67 dollari per centrare il pareggio di bilancio.

Ma non dobbiamo ignorare che l’emirato possiede un fondo sovrano da 700 miliardi di dollari, alimentato con i proventi del petrolio esportato. In casi estremi, quindi, avrebbe dove attingere per evitare un default. Non a caso, i rating assegnati dalle principali agenzie al suo debito sovrano sono altissimi: “AA” per S&P e Fitch, “Aa2” per Moody’s. Di fatto, l’unico rischio che si corre investendo nei titoli di stato dell’emirato è quello di cambio e relativo al dollaro. Nei prossimi anni, il biglietto verde dovrebbe deprezzarsi contro l’euro, riducendo il valore delle cedole incassate e quello del capitale eventualmente riscosso nel caso di rivendita anticipata o alle date del rimborso.

E’ evidente, poi, che le quotazioni dei bond risentano direttamente dell’andamento delle quotazioni petrolifere, un po’ com’è avvenuto negli ultimi mesi con le recenti emissioni. Una risalita ai livelli pre-Covid non sembra immediata, ma man mano che i prezzi vi tenderanno, i problemi fiscali per Abu Dhabi svaniranno e il mercato sarà disposto a pagare di più per acquistarne il debito, mentre i rendimenti scenderanno, con possibili plusvalenze maturate da chi abbia comprato al momento giusto.

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