Bond a 15 anni allo 0,45% e domanda record: metamorfosi di uno stato ex Piigs

Obbligazioni irlandesi con scadenza 2035, grande successo per la prima emissione del 2020 con cui Dublino ha coperto oltre un terzo del suo fabbisogno finanziario atteso per l'anno. E i costi di indebitamento sono bassissimi, malgrado il funesto 2011.

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Obbligazioni irlandesi con scadenza 2035, grande successo per la prima emissione del 2020 con cui Dublino ha coperto oltre un terzo del suo fabbisogno finanziario atteso per l'anno. E i costi di indebitamento sono bassissimi, malgrado il funesto 2011.

L’Irlanda ha raccolto già con una sola emissione – la prima del 2020 – il 40% dei capitali necessari per coprire il funding di quest’anno, stimato in 10-14 miliardi di euro dall’agenzia nazionale che gestisce il debito pubblico celtico. Tramite il collocamento sindacato di un bond a 15 anni, ha incassato 4 miliardi di euro, più dei 3 miliardi inizialmente previsti, approfittando dell’elevatissima domanda, che alla chiusura degli ordini si attestava a oltre 20 miliardi.

Il pricing per l’obbligazione con scadenza nel 2035 ha esitato un rendimento dello 0,45%. Le banche che si sono occupate del collocamento sono state Davy, Deutsche Bank, JP Morgan, Morgan Stanley, NatWest Markets e Nomura.

Le emissioni sovrane dell’isola nel 2019 sono state pari a 15,4 miliardi di euro. Ieri, il decennale chiudeva a un rendimento inferiore allo 0,04%, che si confronta con il nostro quasi 1,40%. Dublino riesce a rifinanziarsi a rendimenti negativi fino alla scadenza dei 9 anni, l’Italia non va oltre i 3 anni. Eppure, fu proprio l’Irlanda a cadere sotto i colpi della crisi finanziaria nel 2011, subito dopo la Grecia. Allora, sembrò la fine del boom economico della cosiddetta “tigre celtica”, tanto che si rese necessario un salvataggio internazionale da 67,5 miliardi. Oggi, Moody’s assegna ai bond irlandesi il rating “A2”, S&P “AA-” e Fitch “A+”, mentre i BTp sono caduti in area “BBB” e a ridosso del livello “junk”.

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Il passo della tigre

Com’è stato possibile? Il punto è che il debito pubblico italiano oggi ha raggiunto il 135% del pil, mentre in Irlanda vale intorno al 60%, dimezzatosi rispetto ai picchi toccati nel 2012-’13, quando si resero necessari diversi salvataggi pubblici di banche collassate. Nel frattempo, il pil reale dell’isola è cresciuto di quasi l’80%, mentre quello dello Stivale è andato indietro. Per quanto si possa pensare che i dati irlandesi siano “drogati” dal fatto che il paese sia diventato un hub finanziario, ospitando una miriade di multinazionali in cerca di sconti sulle tasse, ciò non toglie che le entrate fiscali effettivamente dal “bailout” del 2011 siano cresciute del 45%, permettendo ai conti pubblici di passare da un pesante -32% nel 2010 a un surplus nell’ultimo biennio.

E la fiducia dei mercati è sostenuta anche dall’ampia liquidità disponibile del Tesoro, pari a 16 miliardi di euro, in grado di consentirgli di rimanere fuori dai mercati finanziari per tutto il 2020. Ma verosimilmente, Dublino opterà per ulteriori emissioni, così come annunciato, approfittando dei bassissimi costi di rifinanziamento. Tutti questi dati ne oscurano uno apparentemente allarmante: con 42.500 euro pro-capite, gli irlandesi risultano i terzi più indebitati al mondo nella sfera pubblica. Malgrado ciò, la loro spesa annua per interessi sul pil viaggia su livelli più che dimezzati rispetto all’Italia, anche grazie alla capacità del governo di abbattere il grado di indebitamento. Sembra un’eternità, eppure solamente 8 anni fa condividevamo con l’Irlanda l’ingloriosa appartenenza al gruppo dei “Piigs”.

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