Board BCE, oggi Lagarde dirà qualcosa sui green bond?

Obbligazioni verdi oggetto di acquisto della BCE con il "quantitative easing". Il governatore Christine Lagarde ci crede, parte consistente del board no. Ecco le possibili soluzioni e perché l'Italia non ha ancora le carte in regola.

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Obbligazioni verdi oggetto di acquisto della BCE con il

Il primo board dell’anno della BCE si tiene oggi, il secondo a guida Christine Lagarde. Dovrebbe essere un “non evento” sul piano delle novità di politica monetaria, ma ciò non toglie che dalla conferenza stampa delle 14.30 possano emergere spunti interessanti per capire in che modo voglia regolarsi l’istituto per il futuro prossimo. E una delle tematiche su cui è chiamata ad esprimersi, seppure non necessariamente oggi, riguarda i green bond. Prima ancora che mettesse piede all’Eurotower, la francese si è mostrata incline a favorire l’acquisto di obbligazioni verdi, ritenendo che la politica monetaria debba dare una mano per ridurre le emissioni inquinanti.

L’opposizione della Bundesbank rimane ferma e netta. Jens Weidmann sostiene che non sia compito di una banca centrale giudicare le società sulla base del tipo di attività svolta ed eventualmente discriminarle sul piano delle obbligazioni emesse. Dovrebbero occuparsene i governi, ha spiegato. E ha fondamentalmente ragione. Ma le sue posizioni non sarebbero maggioritarie nel board. In attesa di capire se vi sia già una maggioranza favorevole a un cosiddetto QE “green”, pare di capire che Francoforte abbia tutte le intenzioni di strizzare l’occhio alla società civile con una svolta ambientale.

Lotta ai cambiamenti climatici con green bond, scontro in BCE tra Lagarde e Weidmann

In che termini essa avverrebbe? Le ipotesi in campo sarebbero molteplici. Quella più immediata consisterebbe nel dedicare una quota dei 20 miliardi al mese attualmente spesi per l’acquisto di assets ai green bond. Questi sono emessi da società, banche e stati, ma in maniera ancora geograficamente molto difforme. L’Italia, ad esempio, non ha ancora emesso un BTp verde, mentre Olanda e Francia sì e la Germania lo farà nei prossimi mesi.

Sul piano tecnico, quindi, gli acquisti green avrebbero vita tutt’altro che facile, perché diverrebbe molto difficile rispettare la “capital key”, la regola che lega gli acquisti alle dimensioni economiche di ciascuno stato dell’Eurozona.

Le difficoltà tecniche di puntare sui green bond

Una soluzione di transizione sarebbe di imporre o favorire l’adozione di rating “etici”. Gli emittenti verrebbero giudicati dalle agenzie internazionali non solo sul piano strettamente creditizio, bensì anche su quello della sostenibilità ambientale. Società, stati e banche che risultassero poco o affatto preoccupati dell’ambiente finirebbero per essere scartati o almeno sfavoriti dalla BCE in fase di acquisti, mentre gli emittenti più green verrebbero premiati. Ancora una volta, però, non verrebbe meno il problema del rispetto della “capital key”.

La BCE potrebbe, quindi, limitarsi ad annunciare da qui a qualche mese l’inserimento dei green bond nel suo portafoglio, segnalando al mercato la propensione a investire su questo tipo di assets, spingendo gli emittenti a regolarsi di conseguenza. Ed essa potrebbe rendere più chiare le regole per definire realmente verde un’obbligazione, magari ammorbidendole rispetto ai requisiti internazionali richiesti dal Climate Bond Initiative. Lo scorso anno, ENEL ha fatto da apripista per una soluzione “ibrida”, vale a dire flessibile rispetto alla linea dura dei puristi verdi sul fronte dell’impiego dei proventi raccolti sul mercato.

La svolta green della BCE stravolgerebbe pure il QE

Una cosa è certa: se Lagarde aprisse concretamente ai green bond, l’Italia dovrebbe darsi una mossa, a partire dal Tesoro. Il nostro debito pubblico risulta il secondo più alto in Europa rispetto al pil e non possiamo permetterci di auto-escluderci dagli acquisti di Francoforte per via dell’assenza di titoli ad hoc. D’altra parte, le emissioni verdi richiedono una previa programmazione sull’uso delle risorse e i governi di Roma da sempre sono stati carenti in questo passaggio, per cui occorre compiere da noi un difficile salto culturale, senza il quale rischiamo di allargare lo spread con il resto dell’area, non solo quello strettamente connesso ai bond.

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