BMO: il punto sui mercati emergenti

Analisi e commento sullo stato del debito emergente, a cura di Jonathan Mann di BMO Global Asset Management

di Mirco Galbusera, pubblicato il
Analisi e commento sullo stato del debito emergente, a cura di Jonathan Mann di BMO Global Asset Management

La crescita e le esportazioni dei Paesi emergenti dovrebbero continuare a beneficiare di una crescita lenta ma costante nei Paesi sviluppati, dell’espansione dei volumi del commercio mondiale e di un ciclo globale di spesa in conto capitale resistente. La modesta crescita della base monetaria e del credito in molti Paesi emergenti significa che le pressioni inflazionistiche derivanti dalle recenti svalutazioni della moneta dovrebbero essere temporanee e la maggior parte delle banche centrali potrà permettersi di lasciare che il fluttuare delle valute serva da meccanismo di aggiustamento.

Nel mese di agosto si è assistito a un’ondata di deprezzamento delle valute dei mercati emergenti. I casi di Argentina e Turchia hanno portato a deflussi da alcuni mercati emergenti in valuta locale. La scarsa liquidità del periodo estivo ha generato forti movimenti al ribasso delle valute. Le principali vittime sono state il peso argentino (-25,6%), la lira turca (-6,75%), il rand sudafricano (-10,8%), il rublo russo (-7,4%), il reale brasiliano (-7,3%), e il peso cileno (-6,75%). Tra le più evidenti cause di tale debolezza, la modesta crescita globale caratterizzata dai deboli prezzi delle materie prime, il ciclo di rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve e l’incombente fine del quantitative easing in Europa. A seguito degli elevati afflussi goduti l’anno scorso da molti mercati emergenti in valuta locale, il posizionamento è diventato eccessivo rispetto a una asset class che è sempre stata caratterizzata da una certa volatilità. Le stime dei fondi obbligazionari dei mercati emergenti per la clientela retail hanno mostrato deflussi pari a 1,5 miliardi di dollari nel corso del mese. Questo suggerisce che altri fattori sono stati più importanti, tra cui gli investitori internazionali e locali, che hanno sostituito alla valuta locale i dollari USA nei propri portafogli, soprattutto in Argentina e Turchia, e la copertura dei debiti in dollari.

Messico e Stati Uniti hanno, a sorpresa, raggiunto un accordo preliminare sul NAFTA. Si tratta di una soluzione relativamente benigna nei confronti del Messico, dato che la quota percentuale minima di componenti per auto è stato aumentato solo dal 62,5% al 75%. Più doloroso sarà il minimo relativo alle componenti relative a lavoro ad alta retribuzione (il 45%) dato che il livello di questi salari – 16 dollari l’ora – renderà necessari forti aumenti salariali per alcuni lavoratori messicani, dove il salario medio è di 2,5 dollari l’ora. Rimarranno presenti i meccanismi di soluzione delle dispute, il che dovrebbe essere di supporto per le prospettive degli investimenti diretti esteri. Se implementate, le nuove regole verranno messe in atto gradualmente tra il 2020 e 2023. Sebbene gli ostacoli legislativi rimangano, l’accordo potrebbe potenzialmente eliminare una fonte di incertezza per il Messico, e confermare in qualche modo l’ipotesi che il Presidente Trump era alla ricerca più di una vittoria simbolica che di una vero e proprio stravolgimento dei trattati.

In agosto l’Argentina è stata sottoposta a una rinnovata pressione di mercato. Il peso si è fortemente deprezzato e la banca centrale ha aumentato i tassi d’interesse di 500 punti base al 45%. Questo non è bastato a calmare le ansie del mercato e il 29 agosto il presidente Macri ha annunciato che avrebbe chiesto al FMI di anticipare capitali del programma di finanziamento per il 2019. In cambio, l’Argentina avrebbe accelerato i dolorosi aggiustamenti fiscali per raggiungere il pareggio del bilancio primario nel 2019. L’apparente mancanza di coordinamento con il FMI è stata percepita come panico e questa mossa ha avuto sui mercati l’effetto contrario a quello sperato. Il 30 agosto la banca centrale ha ulteriormente aumentato i tassi al 60% e nel corso del mese gli spread dei CDS sovrani sono passati da 415 a 790 punti base. Ciononostante, la comunità internazionale è stata rapida a sostenere il presidente Macri e il direttore operativo del FMI Lagarde ha accolto con favore la richiesta dell’Argentina. Sebbene l’aggiustamento fiscale più rapido possa essere considerato positivo dal punto di vista economico, aumenta l’incertezza rispetto al possibile secondo mandato del presidente Macri alla fine del 2019. Pertanto, la popolarità del presidente Macri e degli altri aspiranti candidati deve essere monitorata attentamente.

La Turchia è stata volatile in un contesto di scarsa liquidità. La lira si è fortemente svalutata e gli spread dei CDS a 5 anni si sono notevolmente ampliati passando da 325 a 575 punti base. Il fattore scatenante della vendita è stato il fallimento dei negoziati tra Turchia e USA per la liberazione di un pastore statunitense trattenuto sulla base di accuse infondate rispetto ad un coinvolgimento in un colpo di stato. In precedenza, gli Stati Uniti avevano imposto sanzioni individuali a due ministri turchi, e quando il presidente americano Donald Trump ha raddoppiato le tariffe su acciaio e alluminio turchi, la valuta è crollata. La fiducia era già debole, poiché gli investitori hanno considerato un errore politico la decisione di non aumentare i tassi a luglio, quando il valore era pari al 17,75%. È seguita una risposta da parte della banca centrale, che ha portato i tassi dal 17,75% alla banda superiore del corridoio, pari al 19,25%.

Il bilancio della Fed si sta riducendo e il programma QE della Banca centrale europea cesserà entro la fine dell’anno. Ciò ha aumentato la pressione sui Paesi più dipendenti dai flussi di capitali globali per finanziare i disavanzi fiscali ed esterni. Tuttavia, i tassi di riferimento rimangono bassi in termini reali, il che sosterrà la ricerca del rendimento e aiuterà il debito emergente da un punto di vista tecnico. Ogni ulteriore ripresa della volatilità dei mercati globali potrebbe portare a un approccio più accomodante da parte della Fed, che andrebbe a tutto vantaggio degli asset dei mercati emergenti. Il totale delle emissioni sovrane degli emergenti ha già raggiunto i 116 miliardi di dollari da inizio anno, superiore alla media quinquennale di 110 miliardi di dollari, per cui per la maggior parte dei paesi il fabbisogno di finanziamento è prossimo a essere soddisfatto. Dopo l’impennata dello scorso anno, l’afflusso nei fondi obbligazionari emergenti si è arrestato, ma riteniamo che gli investitori rimangano strutturalmente sottoallocati. Dopo il recente allargamento dello spread nel segmento ad alto rendimento, lo spread dell’indice diversificato EMBI di 370 punti è ampio rispetto alla media post-Lehman, per cui le valutazioni sono interessanti.

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Argomenti: Mercati Emergenti