Astaldi prende ancora tempo per presentare la semestrale 2018 insieme ai termini dell’aumento di capitale da 300 milioni già approvato dai scoi lo scorso mese di giugno. Tutta colpa della crisi turca che ha complicato le cose allungando i tempi del deal per la cessione della concessione del terzo ponte su Bosforo, architrave su cui si regge tutto l’impianto di rifinanziamento e rilancio industriale di Astaldi.

Con un comunicato a mercati chiusi, il secondo più grande general contractor italiano ha infatti annunciato che “al fine di avere maggior contezza sulla tempistica relativa alla finalizzazione della trattativa per la vendita degli asset relativi alla Concessionaria del Terzo Ponte sul Bosforo in Turchia e dei conseguenti effetti sulla manovra di rafforzamento patrimoniale e finanziario in corso, il Consiglio di Amministrazione per l’esame e l’approvazione della Relazione Finanziaria Semestrale al 30 giugno 2018 è stato fissato per il prossimo 28 settembre 2018”.

Il comunicato fa seguito ad alcune indiscrezioni riportate il giorno prima dal quotidiano Il Messaggero in cui si ipotizzavano ritardi e difficoltà relativi alla vendita del ponte sul Bosforo, cessione cruciale di asset per spianare la strada all’aumento di capitale e all’ingresso dei nuovi soci giapponesi di IHI Corporation con una quota del 18%. La notizia, mal accolta dalla borsa in un momento peraltro negativo per Piazza Affari, ha mandato a picco azioni e bond Astaldi alimentando oltremisura la speculazione al ribasso.

E’ indubbio – dicono gli analisti di Mediobanca Securities – che la crisi turca abbia complicato le cose, ma Astaldi ha confermato che le trattative relative alla vendita del ponte sul Bosforo in Turchia “proseguono e sono in fase avanzata”. Anche perché il presidente della Turchia Erdogan vuole che il ponte sia di proprietà del Paese e non finisca in mani terze. E’ quindi probabile che la definizione dell’offerta vincolante di alcune imprese turche guidate dalla banca cinese Merchant Bank e raccolta dagli advisors Citi e Morgan Stanley sia alle battute finali: probabilmente si sta trattando sul prezzo (la concessione vale circa 200 milioni) e/o le modalità di pagamento, viste le recenti difficoltà della lira turca.

La cessione dell’oneroso asset, come noto, rappresenta il trampolino di lancio del delicato aumento di capitale di Astaldi che, a sua volta, si baserà sulla rendicontazione finanziaria del primo semestre dell’anno. Elementi divenuti strettamente concatenati fra loro e per i quali il Cda preferisce avere certezze da comunicare al mercato. Inoltre, riguardo alla tempistica,  la società ha già preso accordi con le banche escludendo l’ipotesi ventilata dalla stampa di aver ricevuto richieste di operare ai sensi dell’Art. 67 del RD n. 267/1942 (legge fallimentare).  Del resto, il rinvio della presentazione dei conti al 30 giugno scorso non viola né la legge né gli accordi presi da Astaldi con le parti nel rispetto dei tempi di attuazione del piano di rafforzamento patrimoniale, come deliberato lo scorso 15 maggio dal Cda che poneva come data limite il 1 ottobre 2018 per concludere gli accordi di investimento con IHI Corporation e le banche garanti dell’aumento di capitale.

La borsa l’ha però presa male e il titolo Astaldi è scivolato ai minimi storici del lontano 2003, chiudendo venerdì sotto quota 1,50 euro a causa del perdurare dell’incertezza e dei continui rinvii della rendicontazione finanziaria che, a questo punto – a detta degli esperti – potrebbe nascondere qualche sorpresa. Secondo gli analisti di Equita, notoriamente pessimisti su Astaldi, nonostante le difficoltà sulla conclusione degli accordi per la cessione del ponte sul Bosforo, il titolo appare oggi eccessivamente sacrificato indicando come target price quota 2 euro. Più ottimista Mediobanca che lo vede a 3,50.

Sul fronte obbligazionario, invece, il bond high yield 7,125% 2020 da 750 milioni di euro è andato sotto il 60% del valore nominale, ai livelli di novembre 2017 quando fu annunciata la necessità di ricapitalizzazione il gruppo dopo il default del Venezuela che ha comportato, come conseguenza, una svalutazione a bilancio del 53% di crediti esigibili per circa 435 milioni di dollari.

Su titolo – osservano i traders – si è accanita la speculazione, già al galoppo dopo che l’agenzia di rating Standard & Poor’s  lo scorso mese di maggio aveva  tagliato il merito creditizio di Astaldi a CCC, scontando la probabilità che – in caso di fallimento dell’aumento di capitale – Astaldi possa divenire insolvente e portare i libri in tribunale.