Asta BTp, opportunità di mettere a frutto i risparmi a rendimenti da favola

Titoli di stato a 3, 7, 15 e 20 anni in asta domani per un totale fino a 9 miliardi di euro. Cedole e rendimenti appaiono senza concorrenza di questi tempi sui mercati avanzati.

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Titoli di stato a 3, 7, 15 e 20 anni in asta domani per un totale fino a 9 miliardi di euro. Cedole e rendimenti appaiono senza concorrenza di questi tempi sui mercati avanzati.

Mentre oggi il Tesoro emette BoT a 12 mesi e a 153 giorni per un totale di 10,5 miliardi di euro, domani sarà la volta dei BTp, i Buoni del Tesoro poliennali. Ne verranno collocati per un controvalore massimo di 9 miliardi. Nel dettaglio, verranno emesse: la quinta tranche dei BTp a 3 anni con scadenza 15 giugno 2023 per 4-4,5 miliardi; l’undicesima tranche dei BTp a 7 anni con scadenza 15 gennaio 2027 per 2-2,5 miliardi; la sesta tranche dei BTp a 15 anni con scadenza 1 marzo 2035 per 0,75-1 miliardo; l’ottava tranche dei BTp a 20 anni con scadenza 1 marzo 2040 per 0,75-1 miliardo. La data di regolamento è fissata per il 15 maggio.

A nostro parere, l’occhio dei risparmiatori dovrebbe cadere sulle emissioni più lunghe, perché a parità di rischio di credito si mostrano le più proficue sul piano dei rendimenti offerti e delle ulteriori opportunità di guadagno. Il bond a 15 anni offre cedola del 3,35% e ieri lo si acquistava a circa 113,40 centesimi (ISIN: IT0005358806), avendo perso il 10% dai valori toccati a febbraio, prima che l’emergenza Coronavirus riportasse sul mercato sovrano italiano le tensioni finanziarie. A conti fatti, il peso della cedola rapportata al valore dell’investimento si rivela abbastanza forte, attestandosi al 2,95%. Ciò significa che, fatto 100 quanto effettivamente speso per acquistare un bond, percepisco annualmente quasi il 3% in forma di flussi di reddito.

In termini di rendimento alla scadenza, cioè tenuto conto che mi verrà rimborsato un valore nominale inferiore di quasi il 12% rispetto al capitale investito, otterrei comunque il 2,28%, una percentuale nettamente superiore a ogni tasso d’inflazione registrato in Italia dopo il 2012. E dovreste considerare che da qui ai prossimi anni, si prevede che l’inflazione italiana rimanga bassissima, se non che scenda sottozero.

E anche se e quando dovesse risalire, difficilmente tenderà a livelli capaci di erodere del tutto i livelli di rendimento oggi offerti. In ogni caso, a parità di rischio non esiste alcun bond remunerativo nemmeno per le lunghissime scadenze sui mercati avanzati.

Per investire in bond conta la cedola, non solo il rendimento

Alta duration, alte plusvalenze possibili

Ancora migliori i numeri del bond a 20 anni. Qui, la cedola è del 3,10% e ieri il titolo si acquistava a 109 centesimi (ISIN: IT0005377152), segnando un pesante -13% dalle sedute pre-Coronavirus. Il rendimento alla scadenza si aggira a poco meno del 2,45%, mentre la cedola pesa per il 2,84% dell’investimento, solo appena meno generosa dell’altro bond. Anche in questo caso, però, il rendimento più che copre l’inflazione, esitando un margine reale ad oggi praticamente totale e che nel medio-lungo termine verrebbe solo parzialmente eroso dalla crescita dei prezzi.

Perché questi due titoli, tra quelli in asta, ci convincono maggiormente? Essi hanno “duration” elevata: 11,35 anni i primi, 15 i secondi. Significa che nel caso in cui i rispettivi rendimenti scendessero dell’1%, i prezzi oggi come oggi salirebbero rispettivamente dell’11,35% e del 15%. Chiaramente, vale anche il rischio opposto, ovvero che precipitino di una percentuale altrettanto elevata nel caso in cui il rendimento salisse. In poche parole, probabile che i bond nei prossimi mesi si apprezzino, qualora la BCE incrementasse il sostegno agli assets con i programmi di acquisto noti come “quantitative easing” e PEPP, riducendo il rischio sovrano italiano, cioè restringendo nei fatti lo spread.

I titoli che eventualmente beneficerebbero di più del calo dei rendimenti e si apprezzerebbero in misura superiore sarebbero proprio quelli lunghi. Considerate che i due BTp in oggetto siano arrivati a rendere l’1,35% il primo e l’1,55% il secondo nei mesi passati, per cui rivedendo tali livelli in uno scenario ottimistico, l’obbligazionista avrebbe modo di maturare laute plusvalenze con l’eventuale rivendita anticipata, che si andrebbero a sommare alle cedole sino a quel momento percepite.

Ripetiamo: in un mercato caratterizzato da rendimenti negativi, dove persino il bond austriaco a 100 anni stenta a offrire due terzi di punto percentuale, il 2,30-2,45% del quindicinale e del ventennale sono grasso che cola.

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