Assicurarsi contro il rischio default dell’Italia costa il +145% sotto il governo Conte

Il rischio percepito di default dell'Italia è esploso nell'ultimo anno. A dirlo non sono solo gli spread, bensì pure i "credit default swaps", che si riversano negativamente sui primi.

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Il rischio percepito di default dell'Italia è esploso nell'ultimo anno. A dirlo non sono solo gli spread, bensì pure i

Il debito pubblico italiano risulta il secondo più a rischio nell’Eurozona, almeno stando ai mercati finanziari. E non lo dicono solo i rendimenti dei nostri BTp, i più alti dopo quelli greci, bensì pure il costo dei cosiddetti “credit default swaps”, i titoli che assicurano gli investitori contro eventi creditizi avversi. Oggi, prezzano quasi 212 punti base per 5 anni, cioè costano il 2,12% dell’investimento.

In altre parole, se come investitore ho acquistato BTp per 1 milione di euro, sarò coperto dal rischio default dell’Italia per 5 anni, pagando circa 21.200 euro. A titolo di confronto, si pensi che coprire lo stesso importo relativo ai Bund della Germania costerebbe appena 12,5 punti base o 1.250 euro.

Perché lo spread a 300 punti non segnala ancora né rischio default e né uscita dall’euro dell’Italia

Questi numeri implicano una probabilità attesa di default dell’Italia del 3,5% contro lo 0,21% della Germania e ci avvicinano più alla Grecia con il 5,4% e per cui bisogna sborsare il 3,24% per coprirsi dai relativi rischi. Il costo sovrano per il nostro Paese è esploso con la nascita del governo Conte, visto che alla fine di aprile del 2018 si attestava ancora a meno di 87 bp, per cui da allora segna un’impennata del 145%. Al primo posto figura nel mondo l’Argentina con l’11,3%, corrispondente a una probabilità di default di quasi il 19%. Proteggersi contro il Venezuela costa da fine 2017 ben oltre il 72% dell’investimento, pari al 100% di probabilità di rischio, ma le negoziazioni sono sospese da oltre un anno e mezzo, dato che Caracas versa nei fatti in default.

I cds sono venduti da un “protection seller” e acquistati da un “protection buyer”; non assicurano solo contro il rischio di fallimento propriamente detto, bensì pure nei casi di mancato o ritardato pagamento delle cedole. Tuttavia, il caso Grecia nel 2012 ha evidenziato qualche “falla” nel sistema, poiché la ristrutturazione del debito pubblico a carico dei creditori privati non fece scattare allora formalmente la copertura, nonostante il valore nominale dei bond venne tagliato del 53,5% e le scadenze furono allungate tra 11 e 30 anni.

Perché? La ristrutturazione avvenne dopo l’ok degli obbligazionisti radunati in assemblea dall’Institute for International Finance. Ma tutti sappiamo che il voto favorevole fu solo una formalità, in quanto gli stessi creditori avrebbero rischiato condizioni persino peggiori di quelle spuntate con il default di fatto di Atene.

Cds non per tutti

Chiaramente, più alto il rischio sovrano, maggiore il costo della polizza assicurativa, così come avviene quando ci si copre da rischi come il furto dell’auto, l’incendio o la distruzione di un immobile, il caso morte del mutuatario, etc. E il maggiore costo incide sui rendimenti, spingendoli verso l’alto. Oggi come oggi, ad esempio, se acquisto un BTp a 5 anni dal rendimento lordo dell’1,77% e netto dell’1,55%, devo mettere in conto anche un costo annuo superiore dello 0,4% (2,12% : 5) per assicurarmi contro il default. In Germania, invece, tale extra-costo rasenterebbe lo zero. Di conseguenza, i cds tendono a riversarsi negativamente sugli spread, man mano che segnalino rischi crescenti.

Perché un debito pubblico tutto in mano agli italiani aumenta il rischio default 

Attenzione, però, a pensare che i cds siano alla portata di tutti e azzerino, quindi, i rischi a carico dell’investitore. Trattandosi di titoli negoziati “over the counter”, cioè fuori dai mercati regolamentati e normati solo informalmente dall’ISDA (International Swaps and Derivates Association), non vengono venduti in relazione a qualsivoglia ammontare di debito assicurato, bensì a partire da 10 milioni di euro di bond sottostanti, per cui la cifra sarebbe alla portata dei soli investitori istituzionali o dei grandi finanzieri privati.

Infine, i cds si prestano bene per essere oggetto di speculazione riguardo ai titoli di stato. Spesso, infatti, li si acquista senza possedere alcun bond da coprire, bensì solo per scommettere al rialzo sul rischio default. Se il “mood” sui mercati si deteriora con riferimento al sottostante, infatti, il prezzo del cds sale e questo frutta un margine a chi lo aveva acquistato a prezzi inferiori. Di fatto, seguendo gli scambi di questi titoli si è in grado di percepire in quale direzione vada il sentimento tra gli investitori.

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