Argentina verso un nuovo default, ma solo per Fitch

L’agenzia di rating americana ha messo sotto osservazione il debito statale con implicazioni negative. Rallenta la crescita economica e l’inflazione è fuori controllo

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L’agenzia di rating americana ha messo sotto osservazione il debito statale con implicazioni negative. Rallenta la crescita economica e l’inflazione è fuori controllo

L’Argentina rischia un nuovo default. Lo dice l’agenzia internazionale di rating Fitch, che ha messo sotto osservazione il Paese sudamericano per un possibile downgrade sul debito a lungo termine in dollari, attualmente classificato a “B”.  “Il creditwatch negativo – spiega l’agenzia – riflette la maggiore incertezza circa la capacità del Paese di rimborsare i titoli internazionali emessi in base alle leggi di New York nei tempi previsti, utilizzando il sistema finanziario Usa, in seguito al recente verdetto della corte d’appello statunitense”. I giudici di secondo grado hanno infatti confermato la sentenza del tribunale di New York in cui si diceva che l’Argentina non ha rispettato la clausola di “equal treatment” delle obbligazioni che hanno fatto default nel 2001. Tale clausola afferma che i pagamenti sono sempre almeno uguali a quelli di altri presenti e futuri titoli di debito estero non garantiti e non subordinati. Il presidente Cristina Fernandez de Kirchner ha già annunciato ricorso alla Corte Suprema e passerà ancora parecchio tempo prima che venga pronunciata definitivamente una sentenza di condanna e in quel caso l’Argentina dovrà pagare gli interessi ai detentori dei titoli statali finiti in default che non avevano  accettato la ristrutturazione nel 2005 e nel 2010 (il 25% del nominale). In pratica, si tratta di circa 1,33 miliardi di dollari, cifra che – secondo gli analisti – non giustifica in nessun modo l’allarme generato dall’agenzia americana di rating (peraltro l’unica che si è espressa) ai portatori di obbligazioni emesse dal paese sudamericano dopo il default del 2001 e che sottostanno alle leggi americane. Nelle casse di Buenos Aires sono custoditi più di 50 miliardi di dollari, quali riserve in valuta straniera, di cui meno di un terzo serviranno per coprire la spesa per interessi sul debito contratto con l’emissione di obbligazioni regolate da leggi di New York.

E il governo argentino si sta impegnando al massimo per far sì che tali riserve non vengano intaccate (nazionalizzazioni, limitazione di importazioni e di cambio con valuta estera, ecc.).

 

Fuga di capitali e Inflazione al 30% stanno mettendo in difficoltà l’Argentina

 

Non c’è assolutamente motivo di preoccuparsi per un nuovo default del paese sudamericano sulle basi di una sentenza di tale portata – spiega Daniel Viglione – analista economico argentino, piuttosto sembra che il FMI e le grandi potenze economiche e finanziarie internazionali, avendo perso la presa sul Sudamerica, stiano agitando le acque per suscitare eccessivo allarmismo per allontanare gli investitori da questa regione. Anche perché oggi l’Argentina sta meglio che nel 2001 e ha un debito estero molto basso. Questo non significa che i problemi in Argentina non ci siano, anzi, ce ne sono parecchi dal punto di vista economico e sociale. A preoccupare è soprattutto il ritorno di un’alta inflazione, uno dei punti ai quali la stampa nazionale e internazionale ha dedicato maggiore attenzione e che il governo Kirchner sta cercando in tutti i modi di controllare. Ufficialmente l’inflazione – secondo l’INDEC – si avvicina al 9%, un valore ritenuto eccessivamente basso da molti osservatori e persino dalle autorità provinciali argentine che registrano tassi locali circa tre volte superiori. L’aumento reale dell’inflazione (attorno al 25-30%) è dovuto alla grande quantità di moneta che il Banco Central argentino sta stampando per far fronte alle proprie esigenze di cassa. Il governo ha aumentato decisamente la spesa pubblica quest’anno (+35% rispetto al 2011) per far fronte a cali di consenso in vista delle elezioni politiche e anche perché il paese ha grandi difficoltà a reperire finanziamenti sui mercati e finora l’ha fatto emettendo titoli obbligazionari tramite le amministrazioni provinciali, di cui quella di Buenos Aires è la più nota. Le stime fornite dalle autorità non rivelano il valore reale del peso in rapporto al dollaro scambiato sul mercato nero con una differenza di circa il 30% rispetto a quello ufficiale, ma di certo v’è che dal 2007 l’indice dei prezzi al consumo è salito del 140%, mentre il peso ha subito una fase di deprezzamento del 40%.

Oltre a ciò, vi è da considerare il rallentamento economico, che non interessa solo l’Argentina, ma che a Buenos Aires pesa più che nel resto del Sudamerica. Dal 2008 il Prodotto interno lordo cresce con una media dell’8%, ma quest’anno le cose non andranno altrettanto bene dato che stanno arrivando segnali di allarme sulla tenuta economica argentina, come il calo dell’attività industriale che ha fatto registrare un -6,5% nel secondo trimestre dell’anno, valore da tenere in stretta considerazione in un paese orientato ad aumentare l’industrializzazione e diminuire le importazioni.

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