Argentina senza pace, il peso crolla ai nuovi minimi storici e travolge i “tango bond”

Non si arresta la tempesta finanziaria contro l'Argentina, che a differenza della Turchia non sta vivendo alcun sollievo sul fronte del cambio e a pagare il prezzo sono i suoi titoli di stato.

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Non si arresta la tempesta finanziaria contro l'Argentina, che a differenza della Turchia non sta vivendo alcun sollievo sul fronte del cambio e a pagare il prezzo sono i suoi titoli di stato.

Niente pace per l’Argentina, nell’occhio del ciclone dei mercati finanziari ormai dall’inizio del millennio, da quando Buenos Aires fu costretta a sganciare la parità tra il peso e il dollaro e al contempo a dichiarare default sul debito sovrano. La scorsa estate, dopo mesi di tensioni legate alla erratica politica monetaria della banca centrale e ai dubbi sulla politica fiscale del governo, il presidente Mauricio Macri dovette chiedere nuovamente aiuto al Fondo Monetario Internazionale, praticamente una costante nella storia argentina dal Secondo Dopoguerra ad oggi, ricevendo stanziamenti per oltre 56 miliardi di dollari, l’importo più elevato mai promesso dall’istituto di Washington a un singolo stato.

Sembrava che il collasso del cambio, che era arrivato a perdere il 54% contro il dollaro, si fosse arrestato e che piano piano la fiducia sui mercati stesse ritornando. Niente di meno vero: quest’anno, il peso ha perso già un altro circa 11%, scivolando alla chiusura odierna al nuovo minimo storico di 42,43.

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Cos’è successo stavolta? C’entra sempre la banca centrale. A metà settimana, un pool di suoi analisti ha alzato le stime sull’inflazione per la fine di quest’anno dal 29% al 31,9%, prevedendo anche il raggiungimento di un cambio contro il dollaro di 48. Stando all’impegno preso con l’FMI, Buenos Aires è tenuta a intervenire solo quando il tasso di cambio dovesse superare 50,199. Siamo ancora a circa il 15,5% in meno di tale limite, ma di certo le cose non stanno andando per il verso giusto, quando mancano pochi mesi alle elezioni presidenziali e per il rinnovo del Congresso in ottobre. Macri spera nel bis, confidando anche nella debolezza dell’opposizione kirchneriana, ma con l’economia in recessione e l’inflazione al 49%, il livello più alto degli ultimi 30 anni, le probabilità di ottenere un secondo mandato si farebbero meno solide.

Perdono anche i “tango bond”

I “tango bond”, come sono ironicamente definiti i titoli di stato argentini, dopo un’apparente ripresa tra la fine dello scorso anno e l’inizio del mese scorso, sono tornati a ripiegare, vedendo risalire i rendimenti, anche perché nel frattempo i tassi d’interesse per combattere l’inflazione stellare sono stati alzati a livelli record nel mondo, vale a dire sopra il 50%, con il Leliq a 7 giorni ad essere stato ritoccato al 51,862%.

E così, se la Turchia, altro mercato emergente travolto dalla tempesta finanziaria nei mesi scorsi, può permettersi anche solo di ipotizzare un taglio dei tassi da qui ai prossimi mesi, confidando in un’inflazione in calo sotto il 20% annuo a febbraio, dal picco del 25,24% dell’ottobre scorso, in Argentina tira tutta un’altra aria.

E così, in poco più di un mese, i bond 2038, (ISIN: XS0501195993) emessi in euro con cedole crescenti (step-up), hanno perso il 5%, vedendo aumentare il rendimento lordo al 9,25%. Peggio hanno fatto quelli con scadenza 2048 (ISIN: US040114HR43), cedola 6,875% ed emessi in dollari, che nello stesso periodo hanno perso il doppio. E vi ricordate il centenario clamorosamente collocato sul mercato, anch’esso in dollari (ISIN: USP04808AN44), meno di 2 anni fa, un caso unico per un mercato emergente appena uscito dal secondo default in un quindicennio? Ha ceduto un ottavo del suo valore nell’ultimo mese, rendendo così intorno al 10%. E si consideri che stiamo parlando di bond in valute forti, perché i Bonos a 9 anni in pesos viaggiano al 21,2% di rendimento, scontando l’alta inflazione domestica da un lato e le prospettive nerissime sul cambio dall’altro.

Anche il bond decennale turco si è portato ai massimi da un mese e mezzo, sciupando parte dei guadagni messi a segno quest’anno, ma pur sempre su percentuali molto più basse di quelle argentine in pesos, ossia a poco sopra il 15%. E trattasi di un titolo in valuta locale. Il principale rischio per i prossimi mesi è sostanzialmente politico. L’acuirsi della crisi economica non lascia presagire granché di buono per le elezioni di fine anno e potenzialmente crea le condizioni per un ritorno a Casa Rosada della ex “presidenta” Cristina Fernandez de Kirchner, fautrice di politiche economiche che hanno isolato l’Argentina dal contesto mondiale, rendendola più vulnerabile e inefficiente.

E con i capitali stranieri alla finestra, in attesa di capire cosa accadrà nella seconda economia dell’America Latina, più difficile che la ripresa arrivi presto e più facile che i guai sul fronte cambio e inflazione si aggravino, di fatto rendendo più probabile proprio lo scenario maggiormente temuto.

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