Acquisti bond BCE, ecco perché la revisione del PEPP potrà fare bene ai BTp

La Banca Centrale Europea starebbe valutando l'impatto del piano straordinario varato nel marzo scorso e la sua durata ottimale. Per i titoli di stato italiano emerge una prospettiva interessante.

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La Banca Centrale Europea starebbe valutando l'impatto del piano straordinario varato nel marzo scorso e la sua durata ottimale.  Per i titoli di stato italiano emerge una prospettiva interessante.

Il Financial Times scrive, citando le indiscrezioni riportate da due funzionari interni, che la BCE starebbe condicendo una valutazione dell’impatto che sta avendo il PEPP (“Pandemic Emergency Purchase Programme”) e della sua possibile durata. Inoltre, vorrebbe verificare l’opportunità di estendere ai programmi precedentemente varati la flessibilità prevista con esso all’arrivo dell’emergenza Covid.

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Il PEPP è un piano straordinario di acquisti, che la BCE varò in seduta straordinaria nel marzo scorso per 750 miliardi di euro, successivamente potenziati a 1.350 miliardi e fino al 30 giugno 2021. Esso affianca il “quantitative easing” da 20 miliardi al mese e i 120 miliardi extra fissati sempre a marzo dal board per irrobustire il piano di acquisto dei bond. A differenza del QE, però, Francoforte ha inserito tra i titoli acquistati anche quelli di stato emessi dalla Grecia, pur essendo di rating “non investment grade”. Anzi, ha previsto formalmente che gli acquisti potranno riguardare tutti i bond con rating fino a “BB” e declassati sotto il livello “investment grade” dal 7 aprile scorso e fino al settembre dell’anno prossimo.

Il fattore “capitale”

Non è l’unica novità interessante rispetto ai piani degli anni scorsi. Scompare per volontà esplicita del board anche il riferimento al “capital key”, la regola che lega gli acquisti dei bond sovrani alle dimensioni economiche di ciascuno stato, riflesse a loro volta nella quota di capitale detenuta da ciascuna banca centrale nazionale nella BCE.

Grazie a questa ben più ampia flessibilità prevista, il PEPP ha potuto sostenere con acquisti più marcati i BTp, i titoli maggiormente oggetto di vendite tra marzo e aprile, segnalando al contempo ai mercati che anche nel caso di loro declassamento a “junk”, l’istituto avrebbe continuato a sostenerli con acquisti sul secondario.

Di fatto, la strategia ha pagato, come dimostra il forte restringimento degli spread e lo spegnimento delle tensioni finanziare sull’Italia, pur rimanendo i nostri rendimenti i più alti d’Europa, assieme a quelli greci.

Nell’eventualità che la flessibilità del PEPP venisse estesa agli acquisti ordinari condotti con il PEPP, quello che sinora è stato un sostegno straordinario ai nostri bond diverrebbe definitivo. Gli spread stringerebbero ulteriormente, sia perché i rendimenti italiani proseguirebbero la discesa, sia perché quelli “benchmark” tedeschi risalirebbero un po’, venendo meno le preoccupazioni degli investitori per la frammentazione dei mercati finanziari nell’area.

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Le resistenze dei “falchi”

Non sarà un processo lineare e immediato come auspichiamo. I governatori del Nord Europa restano contrari all’ipotesi, ritenendola un’induzione all’azzardo morale, cioè un allentamento della pressione sui governi del sud per riformare le economie e tagliare gli sprechi. Eppure, il Covid ha sparigliato le carte, provocando una crisi così dura, che tutte le economie sono state costrette a ricorrere, anche pesantemente, all’indebitamento, deteriorando ovunque le condizioni fiscali e rendendo quanto mai necessario il sostegno di Francoforte ai mercati sovrani più a lungo possibile.

Quello che fino a sei mesi fa sembrava impossibile diventa oggi probabilissimo. Del resto, quando quell’infausto 12 marzo scorso il governatore Christine Lagarde rispose a un giornalista che “non siamo qui a restringere gli spread”, le borse europee accusarono i peggiori crolli della loro storia in una sola seduta. Giorni dopo, arrivò il PEPP a spegnere l’incendio. Funzionò. E nell’ambito sportivo si dice che “squadra che vince non si cambia”.

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