Accordo USA-Cina o meno, ecco perché i titoli del debito americano non rischiano

I Treasuries sono più al sicuro di quanto si pensi, nonostante la Cina minacci di venderli in quantità massicce come ritorsione contro i dazi di Trump. Ecco le ragioni della loro forza.

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I Treasuries sono più al sicuro di quanto si pensi, nonostante la Cina minacci di venderli in quantità massicce come ritorsione contro i dazi di Trump. Ecco le ragioni della loro forza.

Inizia oggi il G20 ad Osaka, in Giappone, e tutti gli occhi del mondo sono puntati sull’incontro che si terrà tra il presidente americano Donald Trump e il collega cinese Xi Jinping. Troveranno un accordo per evitare l’escalation dei dazi tra USA e Cina? L’aria che si respira è di cauto ottimismo e questo scongiurerebbe scenari più disastrosi anche sul piano finanziario. Nei mesi scorsi, Pechino ha lasciato trapelare l’intenzione di reagire ad eventuali nuovi dazi imposti dalla Casa Bianca con la vendita massiccia di Treasuries, i titoli del debito americano. I cinesi ne posseggono per 1.113 miliardi di dollari, stando ai dati di fine aprile, figurando primi creditori degli USA, davanti ai 1.064 miliardi del Giappone.

La Cina manda un pizzino a Trump sui Treasuries

In un anno, però, le detenzioni risultano diminuite di 69 miliardi, di 32 quelle giapponesi. Davvero l’America rischia di ritrovarsi con una domanda debole di Treasuries e di fronteggiare un aumento dei costi del debito? In apparenza, sì. Se la Cina iniziasse a vendere in poche settimane centinaia di miliardi di dollari di titoli USA, il mercato non sarebbe prontamente capace di assorbire l’alta offerta e i prezzi precipiterebbero, con i rendimenti ad impennarsi. Male per l’economia americana, che vivrebbe un aumento dei costi anche dei mutui e dei prestiti erogati al settore privato.

Tuttavia, si tratterebbe di uno scenario di breve periodo e, soprattutto, per la Cina equivarrebbe a un suicidio. Pechino ogni anno esporta verso gli USA molto più di quanto importa e accumula anche con il resto del mondo riserve in valuta estera, attualmente ammontanti a oltre 3.000 miliardi di dollari.

Dunque, ha la necessità di impiegare tali surplus in titoli esteri anche solo per non rafforzare troppo il cambio e rendersi poco competitiva. Se vendesse enormi quantità di debito americano, dovrebbe o convertire i ricavi in yuan o impiegarli in altri titoli denominati in valute diverse dal dollaro. Il risultato sarebbe nel primo caso un rafforzamento rovinoso del cambio, nel secondo, invece, non troverebbe bond adeguati alternativi, visto che i Treasuries sono il mercato sovrano più liquido al mondo con emissioni pari a circa 16.000 miliardi.

Cina senza Treasuries perderebbe credibilità

A titolo di confronto, i Bund valgono appena 750 miliardi di euro sul mercato, per cui non costituirebbero un’alternativa significativa, tanto che la stessa BCE trova difficile acquistarli con il “quantitative easing”. Lo stesso dicasi per i bond nipponici, detenuti per circa il 40% dalla Banca del Giappone. Ma, soprattutto, immaginate un attimo che la Cina dichiarasse “guerra” all’America, a seguito delle tensioni commerciali e che vendesse Treauries. I mercati entrerebbero in fibrillazione in tutto il mondo, con il risultato di dirigersi verso porti sicuri, tra cui proprio i Treasuries, che restano non solo i più liquidi, bensì pure i più remunerativi nel mondo avanzato per assets di elevata qualità. E si consideri che il loro acquisto è un modo per accedere ai dollari, valuta di riserva mondiale.

I fondi USA si abbuffano di Treasuries, mentre la Cina li vende. Perché? 

Infine, non converrebbe agli stessi cinesi comportarsi in questo modo. Essi puntano ad attirare capitali dal resto del mondo segnalando affidabilità del cambio e stabilità finanziaria, le quali verrebbero meno in uno scenario di scontro con gli USA. Probabilmente, la Banca Popolare della Cina dovrebbe acquistare ingenti quantità di oro – asset senza cedola, non facilmente liquidabile ed esposto alle oscillazioni di prezzo – pur di garantire gli investitori e dissuaderli dal portare fuori i loro capitali. Per non parlare dell’opzione nucleare in mano a Washington, vale a dire di sanzionare nei casi più estremi le società cinesi, impedendo loro l’accesso ai mercati finanziari americani, un po’ come accade già oggi agli stati inseriti nella sua “black list”, come Iran, Cuba e Venezuela.

Parliamoci francamente: nonostante le liti, percepire la media del 2-3% in questi anni sugli oltre 1.100 miliardi di debito a stelle e strisce detenuto fa venire meno qualsiasi desiderio di rivalsa sul piano finanziario, specie nell’era dei rendimenti negativi.

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