Aberdeen Standard Investment: cosa ci ha insegnato Lehman Brothers

Il crollo di Lehman Brothers è emblematico nel quadro della grande crisi finanziaria. Comprendere le diverse fasi della crisi può fornire importanti lezioni agli investitori

di Mirco Galbusera, pubblicato il
Il crollo di Lehman Brothers è emblematico nel quadro della grande crisi finanziaria. Comprendere le diverse fasi della crisi può fornire importanti lezioni agli investitori

La prima fase è cominciata oltre un anno prima del crollo dell’istituto bancario americano, con lo scoppio della bolla del mercato immobiliare statunitense, l’inizio dei primi timori degli investitori e la battuta d’arresto da parte dei mercati del credito.

Nel settembre 2008 è iniziata la fase successiva, con il crollo di Lehman Brothers, la prima tra le grandi banche a seguire tale sorte. Era il momento in cui i problemi del settore bancario diventavano insostenibili, generando una reazione di panico e portando l’intero sistema finanziario sull’orlo del collasso. Le parole più diffuse fra gli investitori erano “pessimismo” e addirittura “depressione”.

La fase di ripresa ha avuto inizio grazie ai considerevoli sforzi da parte della politica per trovare soluzioni a una catastrofe di tale portata, mentre le problematiche dei mercati finanziari coinvolgevano lentamente anche le economie. Il mercato azionario statunitense ha toccato il fondo a marzo 2009, con una lieve fiducia ritrovata dopo il vertice del G20 ad aprile dello stesso anno, in cui è stato definito un piano di ripresa. Diversi aspetti sono stati positivi, compresa la risposta delle autorità di regolamentazione. In generale le banche sono capitalizzate in modo decisamente migliore rispetto al passato. Il modello commerciale che ha trascinato le banche nella crisi, basato sui finanziamenti a breve termine e sulla creazione di prodotti incomprensibili al pubblico, è perlopiù scomparso.

Si notano persino segnali positivi di un cambiamento di cultura del settore bancario. Un’eccessiva assunzione dei rischi non è più vista in modo favorevole e permane un atteggiamento prudente. Attualmente è molto più probabile che le banche definiscano il proprio ruolo in funzione di un sostegno all’economia tramite prestiti responsabili. Le disposizioni messe in atto dalle autorità di regolamentazione globali implicano sicuramente una maggiore capacità da parte delle banche di resistere a una crisi come quella di dieci anni fa.

I mercati rialzisti crescono sulla scia dello scetticismo e maturano con l’ottimismo. La ripresa economica globale ha subìto un ulteriore ritardo a causa della crisi dell’Unione monetaria europea, che di per sé comporta un impatto a lungo termine per paesi quali la Grecia e l’Italia. Le azioni intraprese nei difficili anni successivi alla crisi hanno tuttavia dato i loro risultati in termini di crescita globale, riduzione costante della disoccupazione e utili societari più elevati. La crescita del mercato azionario statunitense è triplicata rispetto a marzo 2009, mentre l’indice FTSE100 ha più che raddoppiato.

Alcuni aspetti degli eventi accaduti 10 anni fa hanno tuttavia ancora oggi alcune ripercussioni su tutti noi. In particolare, la crisi ha compromesso il sistema di fiducia alla base delle economie di mercato occidentali liberali. Abbiamo attraversato un periodo nel quale sembrava che le banche venissero premiate per le proprie irregolarità, con bailout finanziati dai contribuenti, l’austerity fiscale, una decrescita degli stipendi e gli squilibri finanziari inaspriti dal quantitative easing.

Sebbene l’elemento unificante del sistema capitalistico sia proprio l’idea che la finanza operi nell’interesse di tutti, la crisi finanziaria ha messo sotto pressione tale relazione arrivando quasi fino a un punto di rottura, poiché l’opinione pubblica non percepiva più il capitalismo come una soluzione affidabile che offrisse buone prospettive future.

Quali sono le lezioni fondamentali di questa crisi?

Le diverse fasi della crisi mi ricordano tre lezioni fondamentali. La prima ha sottolineato che le reazioni istintive sono le peggiori: nel periodo iniziale ricevevamo ogni giorno notizie sempre più negative, aumentava il panico e si materializzavano nuovi minimi nel mercato borsistico. Andare controcorrente, comprando mentre tutti vendevano, era incredibilmente difficile. Coloro che sono riusciti nell’intento hanno lautamente ricompensato i clienti, traendone in cambio la fiducia in materia di gestione dei risparmi.

La seconda lezione consiste nel fatto che la fiducia, una volta persa, è molto difficile da recuperare e ritrovare quella persa durante la crisi è un compito arduo che richiederà anni, forse persino decenni. La comunità degli addetti alla gestione patrimoniale potrebbe sembrare trascurabile all’interno del più ampio dibattito sistemico; svolgiamo tuttavia un ruolo cruciale, in quanto depositari dei risparmi degli investitori e responsabili del loro futuro finanziario.

Un’altra lezione consiste nell’osservare il quadro d’insieme. Quando nell’agosto 2008 la Royal Bank of Scotland quotata nel Regno Unito ha rivelato i risultati semestrali, che comprendevano £ 5,9 miliardi di svalutazione a causa delle esposizioni al mercato ipotecario statunitense in tracollo, il suo corso azionario ha registrato un rialzo sulla scia dell’ottimismo dovuto alla convinzione che il peggio fosse passato. La banca è stata nazionalizzata 66 giorni dopo.

Il fatto che molti investitori non abbiano individuato i segnali di allarme sulla portata della crisi dovrebbe farci riflettere, ricordandoci che qualsiasi supposizione necessita di una verifica, senza temere di fare le domande più complesse. Sebbene non esistano processi di investimento in grado di cogliere costantemente tutti i rischi, i nostri clienti dovrebbero poter contare almeno sulla massima solidità dei processi da noi utilizzati.

La crisi ha inoltre evidenziato problemi di gestione da parte di alcune società con un ruolo centrale nel sistema finanziario e ha spinto alcuni investitori a chiedersi perché non fossero state individuate le lacune in materia di corporate governance. In realtà molte di queste lacune erano già note, senza che tuttavia fossero attuate le necessarie modifiche e ignorando i segnali di avvertimento.

È importante ricordare che la reputazione dei gestori patrimoniali in quanto depositari dei risparmi dei privati si basa sulla nostra capacità di assumere una posizione chiara e intransigente nei confronti delle società che non agiscono nell’interessi dei nostri clienti.

Offrire un futuro finanziario a chi si rivolge a noi rientra nelle nostre responsabilità. L’interesse dei clienti dovrebbe assumere una funzione centrale nello svolgimento delle nostre mansioni ed è su questo punto che ci dobbiamo concentrare se desideriamo riconquistare la fiducia degli investitori.

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Argomenti: Macroeconomia