Silvio Berlusconi positivo e con un inizio di polmonite interstiziale. Ecco perché questa patologia è diversa dalle altre

Il suo trattamento varia in funzione delle cause scatenanti e della gravità dei sintomi

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Il suo trattamento varia in funzione delle cause scatenanti e della gravità dei sintomi

L’infezione da coronavirus SARS-CoV-2, la COVID-19, in una parte dei pazienti può comportare lo sviluppo di una polmonite bilaterale interstiziale, ovvero di un’infiammazione che interessa entrambi i polmoni e in particolar modo l’interstizio, il tessuto connettivo a sostegno degli alveoli. Questa patologia si contraddistingue per un’eziologia multifattoriale e si manifesta tipicamente con sintomi quali dispnea, tosse secca, senso di fatica e, se è dovuta a un agente infettivo, febbre. Il suo trattamento varia in funzione delle cause scatenanti e della gravità dei sintomi. Stando alle indiscrezioni, Silvio Berlusconi sarebbe stato ricoverato al San Raffaele di Milano per una polmonite bilaterale da coronavirus in fase precoce, non ancora noto se con interessamento dell’interstizio.

 

Da precisare che, la polmonite bilaterale interstiziale è in grado di evolvere nella pericolosa Sindrome da Distress Respiratorio Acuto (ARDS), una conseguenza della “tempesta di citochine”, reazione spropositata del sistema immunitario all’invasione virale. Questa evoluzione della patologia, come dimostrato da numerose ricerche, è potenzialmente mortale, in particolar modo nei pazienti anziani di sesso maschile, con comorbilità (più malattie) e in presenza di altri fattori di rischio, alla stregua dell’obesità.

Come detto in precedenza, la polmonite interstiziale può essere dovuta a diverse cause. Ovvero, da disturbi e malattie autoimmuni: artrite reumatoide, lupus eritematoso sistemico, sclerosi sistemica e polimiosite. O da un’esposizione protratta a determinate polveri: silice, fibre di asbesto e polvere di grano. O dalla radioterapia praticata per il trattamento del tumore al polmone o del tumore al seno. Ma anche da infezioni virali (SARS-CoV-2 e virus respiratorio sinciziale), batteriche (Mycoplasma pneumoniae, Mycobacterium tuberculosis e Chlamydophila pneumoniae) o fungine (Pneumocystis jirovecii). È da segnalare che, talvolta, la polmonite interstiziale è dovuta a cause non riconoscibili; in determinate circostanze, la condizione è detta più propriamente polmonite interstiziale idiopatica.

 

Dal punto di vista fisiopatologico la polmonite interstiziale si caratterizza per l’infiammazione delle cellule costituenti l’interstizio polmonare. Questo processo altera il funzionamento degli alveoli e si manifesta, come logica conseguenza, con problemi respiratori. In alcuni casi particolarmente gravi, all’infiammazione si aggiunge anche un processo di ispessimento e cicatrizzazione dell’interstizio polmonare, che ne compromette la normale elasticità; con la riduzione dell’elasticità dell’interstizio polmonare, gli alveoli riscontrano ancora più difficoltà a svolgere le proprie funzioni e i disturbi respiratori peggiorano.

 

Per comprendere meglio l’impatto della COVID-19 sui polmoni possiamo fare riferimento alla precisa spiegazione dell’Ospedale Bambino Gesù, che parte dal funzionamento della respirazione. Quando respiriamo, l’aria penetra nei bronchi e da lì, passando attraverso ramificazioni sempre più sottili (i bronchioli) arriva fino agli alveoli polmonari, che sono come “microscopici palloncini con una parete molto sottile, che permette all’ossigeno di passare dall’aria al sangue e all’anidride carbonica di passare dal sangue all’aria”. Gli alveoli si gonfiano quando l’aria entra nei polmoni e si sgonfiano quando espiriamo la CO2. L’interstizio è in pratica l’impalcatura che separa gli alveoli e permette loro di scambiare agevolmente ossigeno e anidride carbonica, mettendoli in contatto con i vasi sanguigni. Il coronavirus SARS-CoV-2 è in grado di colpire proprio l’interstizio, nel quale si infiltrano le cellule dovute al processo infiammatorio. “L’impalcatura, quindi, si ispessisce, diventa ingombrante e impedisce agli alveoli di espandersi completamente durante l’inspirazione. Comincia a mancare l’ossigeno e il respiro si fa affannoso”, spiega l’Ospedale Bambino Gesù.

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