La vittoria dell’estremista Raisi in Iran spinge le quotazioni del petrolio ai massimi dal 2018

La vittoria del candidato estremista alle elezioni presidenziali in Iran spinge il prezzo del petrolio ai massimi dall'autunno 2018.

di , pubblicato il
Prezzo del petrolio, boom sostenuto dall'Iran

Ha superato i 74 dollari al barile il prezzo del petrolio durante la mattinata, pur scendendo appena sotto di tale soglia successivamente. Il Brent, che alla vigilia delle elezioni presidenziali in Iran, aveva superato persino i 75 dollari, non era stato così caro dall’autunno di tre anni fa. Bisogna risalire all’ottobre del 2018, infatti, per trovare quotazioni ancora più alte. Il saldo di quest’anno è ampiamente positivo: +45%.

A trainare il boom nelle ultime sedute è proprio la vittoria di Ebrahim Raisi alle elezioni iraniane. L’attuale capo del sistema giudiziario nazionale, protegé dell’ayatollah Khameini, ha stravinto con quasi il 62% dei consensi (17,9 milioni di schede), in linea con le aspettative. Al secondo posto, ma con sole 3,4 milioni di schede, un altro candidato estremista: l’ex capo dei Guardiani della Rivoluzione, Mosen Rezaei. Solo terzo e con 2,4 milioni di voti ottenuti l’ex governatore della banca centrale, Abdolnasser Hemmati, unica figura moderata in corsa a queste elezioni.

Raisi è oggetto di sanzioni americane sin dal 1988, quando all’età di soli 28 anni si rese responsabile di migliaia di condanne a morte ai danni di altrettanti oppositori politici, in qualità di membro della Rivoluzione Islamica. E’ un estremista, impopolare e difficilmente potrà mutare la linea politica di Teheran in senso più conciliante con le cancellerie occidentali. Il neo-premier israeliano, Naftali Bennett, ha invitato (gli USA) a boicottare le trattative per riattivare l’accordo nucleare, sostenendo che una figura del genere non dovrebbe essere legittimata dalla Comunità internazionale.

E il prezzo del petrolio salirebbe in queste ultime sedute proprio a seguito del deterioramento delle condizioni geopolitiche legate alla vittoria di Raisi. Gli USA di Joe Biden stanno trattando con Teheran un nuovo accordo sul nucleare dopo che quello sottoscritto a fine 2015 dall’amministrazione Obama è stato stracciato nel 2018 dall’amministrazione Trump.

Il Congresso americano sta accendendo i fari sull’opportunità di negoziare con un capo dello stato sotto embargo e considerato un criminale dalla giustizia americana. D’altra parte, la Casa Bianca ha fatto trapelare l’intenzione di giungere a un accordo con l’Iran prima che Raisi s’insedi.

Le esportazioni di greggio sono sotto embargo americano. Prima che Donald Trump annunciasse la rottura dell’accordo sul nucleare nel maggio 2018, ammontavano a 3,2 milioni di barili al giorno. Nell’aprile scorso, risultavano intorno a 500.000 barili al giorno. Potenzialmente, quindi, un nuovo accordo farebbe affluire sui mercati oltre 2,5 milioni di barili al giorno, un fatto che grava sulle prospettive di ulteriore recupero del prezzo del petrolio. Tuttavia, l’esito delle elezioni iraniane rischia di rinviare la fine delle sanzioni o, nel caso peggiore, di procrastinarle ancora per anni. In quest’ultimo scenario, l’offerta globale rimarrebbe inferiore al potenziale, a tutto vantaggio delle quotazioni.

[email protected] 

 

Argomenti: ,