Maneskin tra odio e amore, perché si parla ancora di questo gruppetto di ragazzini?

Ancora si parla del fenomeno mediatico Maneskin. Se non sono niente di eccezionale, perché questa attenzione?

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Il post di Muccino dopo aver assistito al concerto dei Maneskin al circo Massimo, ha generato nuove polemiche. Il regista non è nuovo a questo genere di querelle, stavolta si prende l’attenzione del pubblico andando su un trend topic che non ammette insuccesso. Ma perché si continua a parlare di questo normale gruppetto rock? Durerà ancora per molto questa tendenza?

Maneskin, ancora se ne parla

Le parole di Muccino possono sicuramente infastidire: “This is Måneskin. Il resto lo avete già capito. Se non l’avete ancora capito, lo capirete. Vent’anni e tutta la vita da prendere a morsi. Torni a casa ripensando ai tuoi, di vent’anni. E a quanto questi quattro ragazzi siano bravi, puri, speciali, senza pelle e le spalle già così forti. Grande spettacolo, grandi loro”. Dopo aver letto questo post su Instagram, c’è giustamente chi si è sentito un attimo oltraggiato e ha citato gente come i Doors, i Led Zeppelin e addirittura i Beatles, per ricordare la differenza che c’è tra questi ragazzetti usciti da un talent show e i gruppi che hanno fatto la storia del rock.

Fare questi paragoni però sostanzialmente è superfluo quanto stupido. È ovvio che non puoi misurarti con questi titani della musica, ma così facendo c’è il rischio che non si possa ascoltare più nulla di nuovo, in quanto nulla ci sarà probabilmente che possa eguagliare gente come Beatles e Pink Floyd. Probabilmente le parole più equilibrate però le ha dette Linus: “Per ora il loro repertorio è fatto di alcune buone canzoni ma non hanno ancora dimostrato di sapere comporre un brano all’altezza della loro popolarità. Certo, sono ancora giovani, hanno tempo per crescere, a livello tecnico sono bravi e la loro presenza scenica è strepitosa, ma per durare nel tempo devi avere anche qualcosa di importante da dire”.

Maneskin, quando finirà il tormentone?

Insomma, perché si parla ancora di questo gruppetto rock come ce ne sono a miliardi nel mondo? Probabilmente la risposta è molto semplice, talmente semplice da diventare disarmante, oltre che vergognosa. Il nostro paese non ha una vera cultura musicale pop rock. Siamo il paese del bel canto, della musica leggera e aver proposto in maniera così decisa mediaticamente un’offerta musicale del genere è sembrato qualcosa di nuovo alle nostre orecchie, ma soprattutto ai nostri occhi. E già, perché i Maneskin sono soprattutto look. Studiati a tavolino come naturalmente il 99% dei progetti musicali mainstream, hanno nell’estetica della trasgressione il loro asso nella manica, cosa che il rock in realtà fa da 60 anni, ma che l’Italia non lo sa.

Pensiamo ad esempio ad Achille Lauro, ha fatto parlare tanto di sé in questo paese per le sue performance a Sanremo. Performance che si riducevano a stravaganti capi di abbigliamento da indossare. Nulla di nuovo, cose che David Bowie e altri artisti anni 70 e 80 hanno fatto appunto decenni addietro. Ma ancora una volta, gli italiani comuni questo non lo sanno. In sintesi, i manager dei Maneskin hanno sfruttato l’ignoranza di questo paese, è pacifico poi che la spinta nazionale fomenti anche l’opinione pubblica all’estero e c’è chi chiede le loro esibizioni. Se pensiamo, ad esempio, che in Italia ci sono stati progetti come gli Afterhours (Manuel Agnelli, che hai combinato), i Marlene Kuntz, i Verdena, gruppi che nei loro anni migliori avevano realmente qualcosa da dire e che sono invece rimasti fenomeni di culto per i rocker alternativi degli anni 90 senza mai varcare la soglia del successo nazionale, un poco di rabbia ci arriva. Ecco, paragonare i Maneskin a Deep Purple e Rolling Stones è certamente stupido, ma anche paragonarli a Marlene e Verdena fa molto incazzare.

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